Sabaton: “The Last Stand”, un’evoluzione naturale

Traduzione a cura di Federico Plantera


“The Last Stand” è l’ottava uscita discografica dei Sabaton, band power metal svedese nata alla fine degli anni Novanta.
Da sempre sulla cresta dell’onda anche grazie alle forti tematiche dei loro concept album, con questo nuovo disco la band prosegue la propria tradizione e in “The Last Stand” parla di quelle che sono state nelle varie guerre le ultime e decisive battaglie.

Undici tracce originali, dalla battaglia delle Termopili alla guerra del Vietnam, passando per la battaglia di Bannockburn e quella di Rorke’s Drift.
Ad esse si affiancano ancora quattro cover (tra cui Iron Maiden e Judas Priest), omaggi dei Sabaton a colleghi che da sempre hanno ispirato ed influenzato la loro produzione.
Ne abbiamo parlato con Pär Sundström, bassista della band.

Sabaton

Da sempre i vostri testi parlano di guerra, tema alquanto caldo oggi in Europa. In particolare, penso alla strage del Bataclan durante il concerto degli Eagles Of Death Metal.

È stata una cosa orribile, anche perché solo poco tempo prima noi stessi ci trovavamo lì (il 14 gennaio 2015, ndr.).
Quando siamo stati in Francia dopo quell’evento ci siamo ritrovati in un paese completamente diverso: la strage del Bataclan è diventata una sorta di sveglia per le persone nel mondo della musica, e ancora oggi a seguito di quegli avvenimenti alcuni artisti hanno addirittura paura di salire su un palco.
È triste perché non credo che si debba vivere nella paura che possa succedere qualcosa: siamo musicisti, dobbiamo provare a portare un po’ di felicità alle persone con i nostri spettacoli.
Noi cantiamo e parliamo di questi argomenti già da tempo, anche in chiave storica, ma proviamo a tenerci lontani dai fatti di attualità per non diventare politicizzati.
Non siamo qui per dire alle persone a cosa credere ma per dir loro di lottare per la libertà di espressione, di fare musica, di fare quello che si vuole fare: lottare per la base di ogni società contemporanea.
Dalla guerra viene ispirazione, ma è qualcosa che ovviamente sacrificherei molto volentieri per avere un mondo in pace.

Quanto pensi sia importante la musica come denuncia e come richiesta di aiuto?

Molte persone usano la musica per lanciare un messaggio, per fare politica.
La musica è stata sempre usata per motivi come questi ed è il motivo per cui i Sabaton spesso sono fraintesi.
Alcune persone ritengono che la band voglia influenzare la gente, dicendo a chi credere o da che parte schierarsi: noi invece raccontiamo storie che le persone devono vedere per quello che sono.
Ci dispiace quando veniamo additati come una band politicamente schierata perché non è vero.
Ovviamente c’è un antagonista nelle nostre canzoni, e rappresenta ciò che di male c’è al mondo, ma non sta a noi dare una vera e propria faccia a questa figura.

Parliamo del nuovo disco.
“The Last Stand” arriva a due anni di distanza da “Heroes”, e di norma è questo il tempo che fate passare tra un disco e l’altro.
Si presume che dedicate un anno alla promozione ed un anno al lavoro per il disco successivo.

Sì, siamo efficaci ed efficienti sotto questo punto di vista.
Mettiamola così: ogni due anni facciamo un album, è vero.
È anche una delle cose che rendono i Sabaton quello che sono: suoniamo in continuazione, siamo sempre in tour, lavoriamo costantemente e non facciamo altro.
Altre band non fanno tanti tour quanti ne facciamo noi, o magari si dedicano anche ad altre cose nel frattempo.
Sapere di dedicarti e di poterti dedicare solo alla musica permette di mantenere alto questo ritmo. Adoriamo fare quello che facciamo e siamo anche piuttosto metodici, pianificando molto i nostri programmi per il futuro: questo sicuramente ci aiuta ad avere un’idea esatta di quel che facciamo e di dove andiamo.

Sabaton - The last stand

Da quale esigenza nasce questo nuovo disco?

“Heroes” aveva un tema praticamente perfetto per i Sabaton: è stato un bene raccontare quel tipo di storie poiché “Heroes” è un disco emozionale, personale.
“The Last Stand” è un follow up naturale: più o meno simile, ma in un certo senso differente.
Il bello è che non ci siamo fossilizzati su un certo lasso temporale per le azioni che narriamo: il primo brano è ambientato 2500 anni fa e poi si va avanti.
Non solo in Europa, ma anche in Africa e in Asia: è stato molto emozionante e divertente creare questo album.
Abbiamo davvero tante storie da raccontare e molte vengono dai nostri fans.
Non so tutto quello che è successo nel mondo, ovviamente: sono svedese, conosco un po’ la storia del mio Paese, ma ad esempio non sono al corrente di tutto quello che sia accaduto nella storia d’Italia o in Bulgaria o in Indonesia.
Le persone che vivono lì lo sanno, e ce ne parlano, «magari potreste scriverci un canzone sopra».
Noi prendiamo nota e utilizziamo davvero questi input e questi materiali.
I nostri fans sono anche i nostri ispiratori, in questo senso.
Mi piace parlare di qualcosa che sia realmente accaduto, non di storie inventate: se inventi una storia, per quanto sia forte il messaggio che vuoi trasmettere, essa non sarà mai efficace quanto qualcosa che sia effettivamente accaduto nella realtà.

Che sensazioni provi nei confronti di questo album?

Quando facciamo un album è veramente complicato sapere che tipo di sentimenti si provano verso il lavoro compiuto.
All’inizio, semplicemente, lo concludiamo ma non possiamo parlare di vere e proprie canzoni per noi: l’unica cosa che ascolto al primo check sono le questioni tecniche, come figurano le parole che ho scritto, le parti strumentali.
Non ho alcun feeling per alcuna canzone, ci vuole un po’ di tempo per guadagnare una certa distanza dall’album, tipo metà anno, e poi effettivamente posso essere in grado di dire «ok, questa canzone è fantastica, questa meno».
Quando abbiamo selezionato il singolo per esempio, siamo andati ad istinto, basandoci su quello che abbiamo provato la prima volta che hai sentito un certo brano. È così che abbiamo fatto.

C’è un brano dei Sabaton al quale ti senti legato?

Sicuramente ‘To Hell and Back‘ mi fa sentire molto bene come brano.
Ecco, con quell’album (“Heroes”, 2014, ndr.) è stato semplice perché quando l’abbiamo registrato sapevamo subito che la migliore canzone fosse quella.
Col nuovo album è stato più complicato, perché avevamo tutti delle idee diverse: è una bella cosa, ciò significa che il disco è molto equilibrato.

Quest’estate avete affrontato parecchi impegni live.
Vi piace maggiormente suonare all’interno dei festival o preferite situazioni dove dividete il palco con altre 2-3 band?

Mi piacciono i concerti al chiuso, in sala.
Ovviamente ai festival e all’aria aperta è bellissimo con la gente intorno a noi ed anche interessante, perché abbiamo visibilità e suoniamo per persone che non sono direttamente fan dei Sabaton.
È così che guadagniamo audience, così cresciamo, ma se devo scegliere dove posso sentirmi a più agio sicuramente direi sala concerti con mille fans dei Sabaton: si tratterebbe di “die hard Sabaton fans”.
In una sala concerti posso vedere le persone in faccia, sentire le emozioni della folla: non c’è differenza dopo aver superato un certo numero di persone.
Ma con mille persone puoi vedere ogni singola persona, e vedere se tutti si stanno divertendo.

Sabaton
Pär Sundström live al Sonisphere 2016, Roma

Siete stati recentemente in Italia: cosa amate maggiormente di questa terra?

Credo che le persone siano “on fire”, energiche.
Hanno un modo speciale di sentire la musica e il concerto.
Non saprei spiegarlo con esattezza ma so che qui è diverso da molti altri posti: le persone cantano le canzoni, come anche in altri posti naturalmente, ma qui cantano addirittura la melodia della chitarra.
E questo è qualcosa che ci accende ed è unico, ci fomenta e ci stupisce: non accade in ogni Paese.

Se dovessi chiederti un consiglio musicale, c’è qualche nuova uscita che a tuo avviso merita un ascolto?

I Twilight Force, amici della nostra città natale.
Il loro secondo disco è qualcosa di unico (“Heroes of mighty magic”, 2016, ndr.): mi piace molto e loro sono ottimi amici, spero davvero che molta gente li ascolti.

Yamilé Barcelò

Yamilé Barcelò

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Nasce all’Avana , Cuba. Studia Storia Dell’Arte all’Università dell’Avana. Lavora come assistente fotografo per diversi fotografi cubani tra cui Alberto Korda e Tito Alvarez. Nello stesso anno si trasferisce in Italia avviando una serie di collaborazioni in ambito fotografico. Realizza inoltre diverse mostre collettive e personali tra qui nel 2003 "In celebration of Indigenous Peoples", presso la sede dell’ONU, New York. Nel 2006 ottenne il secondo premio al concorso Premio Arti Visive San Fedele, galleria San Fedele Milano, per la serie Il Viaggio. Attualmente vive e lavora in provincia di Sondrio, con collaborazioni professionali in regione Lombardia e per Filmagini Produzioni con sede a Bologna.

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