R.Y.F.: una vera outsider (e felice di esserlo)

R.Y.F. (Restless Yellow Flowers) è l’acronimo con cui Francesca Morello porta in giro il suo solo project.
Nato con la struttura di una band intorno al 2010, arriva ad oggi come progetto rinnovato che a gennaio 2016 ha dato alle stampe la sua seconda uscita discografica per Brutture Moderne, “Love Songs For Freaks & Dead Souls”.
Registrato da Francesco Giampaoli e masterizzato da Duna Studio, è stato rilasciato in anteprima proprio su Oca Nera Rock (leggi l’articolo).
Dagli esordi tante cose sono cambiate: R.Y.F. suona in giro per l’Italia con qualche tappa anche all’estero, si stabilisce a Ravenna e inizia una partecipazione attiva nelle scena musicale e culturale della città che l’ha adottata.
Di ritorno dal tour che condiviso con Stefania Alos Pedretti, a marzo si è fermata a Prato presso Struttura Birra per regalare al suo pubblico un live intimo e emozionante (leggi l’articolo): è in quell’occasione che le abbiamo rubato un po’ di tempo prima del soundcheck.

Francesca, innanzitutto grazie per il tempo che ci dedichi.
Parto con la prima domanda, forse un po’ scontata e di routine: da cosa nasce il progetto R.Y.F.? Come componi i tuoi pezzi?

R.Y.F. agli albori era un gruppo veneto che componeva i pezzi con la collaborazione di tutti gli elementi, come avvine nella maggior parte dei gruppi: i testi però li scrivevo sempre io.
Col tempo mi sono trasferita a Ravenna e per motivi logistici e per la predominanza di live acustici il progetto ha assunto una conformazione diversa, diventando un solo acustico: a quel punto, il lavoro sul progetto è stato quello di eliminare tutti gli arricchimenti e portarlo all’essenziale.
Attualmente creo i pezzi alla chitarra, scrivo i testi e assemblo il tutto con le emozioni e il sentimento che mi trasmettono.

Il progetto nasce dunque come gruppo: come hai vissuto l’evoluzione in solo acustico?

È stata una necessità, e comuque sin da piccola la mia dimensione era un solo acustico.
È dunque un pò un ritorno alle origini.
Suono da quando avevo 17 anni e i miei primi concerti li ho fatti da sola, con la mia chitarra in mano.

Qual è la situazione live in cui ti senti più a tuo agio?

In verità non c’è una situazione preferita, suono volentieri ovunque.
I palchi grossi, però, mi fanno un pò paura: tendenzialmente sono una persona un pò timida ma quando suono sto sempre molto bene.
La cosa fondamentele è riuscire a creare un’alchimia con il pubblico e quando questo avviene è sicuramente la migliore situazione in cui suonare.

Mi parli di un disco o un’artista che ti ha maggiormente influenzato come musicista?

Le prime canzoni che ho composto risalgono al periodo della mia adolescenza, quindi alla fine degli anni ’90: epoca grunge e post rock.
Tra le voci femminili di quell’epoca che ho ascoltato tanto figura in primis PJ Harvey.
La cosa che mi colpiva in generale della musica, e che mi colpisce tutt’ora, è il poter dire delle cose che così, a parole, non saprei dire.
La musica è una grande passione ma anche un bisogno.
Sarà banale, ma “Nevermind” dei Nirvana mi ha comunque segnato.
Io ascolto tanto e tutto, in fatto di musica sono onnivora perché da tutto puoi avere un apporto a quello che fai.

Tre dischi dei quali non potresti fare a meno.

“Aenima” dei Tool, “Rid Of Me” di PJ Harvey e “Disintegration” dei The Cure.

Due su tre li avrei scelti anche io, ma non ti dico quali!
Il tuo disco presenta testi molto toccanti: come scegli le tematiche di cui parli?

Parlo delle cose che mi succedono personalmente e che mi stanno intorno e ne do il mio punto di vista.
In questo disco mi sono sicuramente aperta di più verso l’esterno: è dedicato alle persone che come me si sentono felicemente degli outsider, si chiama “Love Songs For Freaks & Dead Souls”. Ad esempio in ‘iMonster‘ parlo  del mostro che ognuno di noi ha dentro, il mostro che ti sussurra e che ti parla…tutti lo abbiamo, dunque vale la pena di accettarlo ed iniziare a chiacchierarci per evitare di risolvere i proprio conflitti con surrogati o bugie, che servono solo a giustificate un senso di colpa che non ha modo di esistere.
A volte scrivo dei testi perché non mi piaccio, ed è come una terapia che aiuta a migliorare me stessa.

Una domanda che non ti hanno mai fatto e che invece ti piacerebbe ti facessero?

In verità non c’è. Per me tutto questo è una cosa molto nuova. Suono da tanto tempo, ma non ho mai avuto fino ad oggi un’etichetta di supporto, e dunque quella spinta che ad un centro punto ti porta anche a rilasciare interviste.
Ripeto, è tutto nuovo: non saprei.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Suonare più che posso!

E noi speriamo davvero di vederla sempre più sui palchi di tutta Italia – e non solo.

katia (edorian) egiziano

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Mi definiscono una persona sopra le righe, forse è davvero così, non mi sento imbrigliata in alcun genere, quando si parla di musica sono "onnivora". Ogni singolo momento della mia vita è legato ad un brano, quando mi sveglio la mattina a volte il mio cervello canta

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