MINÆ: tra garage, noise e filosofia DIY

Ci sono tante band interessanti ma ce ne sono molte meno in grado di coinvolgerti appieno e renderti più ottimista sul mondo della musica indipendente in Italia.
I MINӔ appartengono a questa categoria, e noi di Oca Nera Rock ne avevamo già parlato un paio di mesi fa, recensendone l’omonimo Ep d’esordio (leggi qui l’articolo).
Con influenze che vanno dai canadesi Metz ai più recenti sviluppi del noise statunitense (So Pitted, ad esempio), il terzetto milanese composto da Ivan Forloni (voce e chitarra), Gianluca Ielmini (batteria) e Andrea Fortini (basso), il 2 ottobre 2015 aveva fatto uscire il primissimo lavoro autoprodotto e distribuito in digitale dall’etichetta Inconsapevole Records.

Perché questo trio ci rende tanto felici?
Perché ha saputo coniugare un talento assai poco comune con una produzione qualitativamente ineccepibile. Risultato?
Un album deflagrante dalle tinte post-hardcore che sorprende, ma solo dopo averti stordito con una scarica da cento volt.
E così, una volta tornati a respirare, abbiamo deciso di fare loro qualche domanda. Ecco la nostra intervista.

Domanda di rito per chi non vi conosce: come nascono i MINӔ?
Come descrivereste il vostro omonimo primo EP?

Gonzo: I MINӔ nascono dalle ceneri dei Minerva, ex duo, a cui mi sono aggiunto sostituendo Andrea alla batteria per farlo tornare al basso, suo strumento originario. Ci sono voluti anni tra pause e temporanee dipartite prima che il progetto avanzasse con costanza. Quattro dei brani 5 brani di questo EP sono stati portati avanti negli anni, rielaborati col gusto di quel momento. È un lavoro fatto tutto d’un fiato proprio per non perdere quello che era lo spirito del momento, e anche per avvicinarsi alle sonorità a cui ci ispiriamo.
Andrea: Il nostro Ep è come uno yogurt dimenticato tre mesi in frigo.

“MINӔ” richiama nell’artwork un lavoro fatto accuratamente a mano, come a voler ribadire l’unicità del vostro prodotto – cosa che mi ha ricordato i vinili che si compravano negli anni ‘60/’70.
Avete quindi una concezione della musica come arte a tutto tondo e allo stato puro?

Ivan: La copertina è stata un’idea di Gonzo, che con la compagna Isadora Bucciarelli ha ragionato sull’idea di creare qualcosa di unico che rispecchiasse a pieno l’anima artistica del gruppo. Un’opera d’arte vera e propria, fatta a mano in ogni sua parte, che vendiamo alla modica cifra di 5 euro (pochissimo se consideriamo il lavoro che c’è dietro). Per me la musica è un’ulteriore mezzo per esprimermi, per creare e per sfogarmi. Dico ‘ulteriore’ perché adoro dipingere ad olio e lo faccio da molti anni, la differenza è che la pittura la vivo in modo individuale, mentre suonare con altre due persone è molto più complicato e divertente.
Andrea: Beh, direi che siamo affini ad un’attitudine punk, ci piace avere il controllo su ciò che facciamo senza troppi intermediari e l’idea di dare un prodotto unico, originale e fatto a mano così se il contenuto non ti piace ti rimane comunque qualcosa di noi (e di Isa, soprattutto!).

Il vostro sound sembra molto ricalcare le sonorità post-hardcore degli anni ’90: quali sono le vostre maggiori influenze?

Andrea: Nirvana, Sonic Youth, la musica acustica.
Ivan: Oltre a quelli già citati direi che questi sono i gruppi che mi hanno influenzato di più: RamonesButthole Surfers, Fugazi, Pavement, Hüsker Dü, My Bloody Valentine, The Smashing Pumpkins (“Siamese Dream”), At the Drive In, Joy Divison, The Smiths, Deftones, Placebo, The Cure. Forse tra i meno noti My Vitriol, Verbena (quelli con la b), the Vines…Potrei andare avanti un bel po’.
Gonzo: Per quanto mi riguarda sono nato come batterista hardcore suonando per anni con i PHP: da qui parte di quell’influenza nella sonorità. L’altra parte è sicuramente un ripescare nelle sonorità anni ’90 con richiami a band ancora sulla scena o recenti che continuano a rievocarli.

Date una forte importanza ai testi? Conviene oggi per una band italiana continuare a puntare sull’inglese?

Ivan: I testi sono importanti quanto ogni altro della canzone. Di solito li completo alla fine di tutto, essendo al momento l’unica parte delle canzoni a cui lavoro da solo, mi prendo tutto il tempo che voglio. Non so se convenga o no cantare in inglese piuttosto che in italiano, non mi sono mai imposto una scelta, ho sempre ascoltato e ascolto prevalentemente musica cantata in inglese, per me è stato naturale iniziare a cantare in inglese.
Non è escluso che registreremo qualcosa in italiano, più per una curiosità personale che per una scelta conveniente.
La realtà è che di canzoni cantate in italiano che passano sulle maggiori radio e nelle trasmissioni di musica rock in Italia, a prescindere dalla qualità, sono davvero poche.

Qual è il contesto, a livello musicale, in cui siete cresciuti?
Quali sono le band con cui suonate più spesso?

Gonzo: Underground milanese, unici locali aperti a questo genere di sonorità. Essendo in giro da poco non abbiamo ancora allacciato sinergie con band locali anche se quelle con cui abbiamo suonato ora sono tutti molto valide e la cosa succederà presto.
Andrea: Non siamo mai appartenuti a una scena ben precisa, siamo cresciuti principalmente pensando a un nostro suono senza guardarci troppo in giro. Forse ci siamo isolati? Meglio così.
Ivan: Sottoscrivo in pieno ciò che ha detto Andrea.

Cosa vuol dire, oggi, essere emergenti?
Cosa ne pensate del music business, soprattutto a livello italiano?
Qual è la vostra opinione sullo streaming e su Spotify?

Andrea: Essere emergenti significa tutto e niente, oramai è tutto così veloce e istantaneo che non trovo tanta differenza tra emergenti e band affermate. Al music business non ci penso e se provo mi viene il mal di testa! Streaming e Spotify sono un’ottima vetrina di diffusione.
Gonzo: Personalmente il music business non mi interessa, i traguardi li avevo da ragazzino, ora mi interessa solo suonare e far conoscere il gruppo il più possibile per avere più occasioni. Poi quello che verrà sarà tutto di guadagnato. Ben venga lo streaming, permette alle piccole band di farsi conoscere anche con l’ausilio dei vari social, che ormai sono parte integrante della vita delle band. Avere la possibilità di attingere ad un bacino di musica infinito come Spotify è una fortuna da una parte, ma dall’altra il sacrificio di reperire quell’album da quel negozio, o scaricato a 56k da Napster, rendeva tutto più affascinante faceva sì che le cose fossero ascoltate di più. Ora ascoltiamo tutto e niente, una volta il niente era tutto (applausi).
Ivan: Lo streaming è un’opportunità per tutti, sia per chi ascolta, sia per chi vuole essere ascoltato. Io continuo a comprare i cd dei gruppi che mi piacciono e con cui suoniamo, se venduti ad un prezzo accettabile: credo che il miglior complimento che un gruppo emergente possa ricevere sia questo.

Qual è il concerto che considerate più memorabile e perché?
Quali sono state le reazioni del vostro pubblico nei posti in cui avete suonato?

Andrea: Il concerto a Livorno al Surfer Joe, perché è stato il primo, perché pioveva a dirotto, tanto bere, suoni devastanti e perché abbiamo dormito in un posto al limite di ogni limite!
Gonzo: Anche secondo me il concerto al Surfer Joe di Livorno, casa della nostra etichetta Inconsapevole Records.

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