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Maya: troppa superficialità ed indifferenza

È da una regione apparentemente serafica e monotona come il Molise che parte la ribellione dei Riserva Moac. Dopo averne recensito l’ultimo album, “Babilonia” (qui), interessati oltremodo da tanto magma musicale abbiamo voluto conoscere meglio una delle due voci della band, Maya.
Donna coriacea, ribelle e combattiva nelle cui vene il sangue sannitico ribolle e si trasforma in energia espressiva, ecco cosa ci ha raccontato tra musica e politica.

Ti andrebbe di raccontarci come nasce Maya?

Nell’ormai lontano 2001 conosco in conservatorio Roberto, fisarmonicista nonché compositore e arrangiatore di tutti i pezzi della Riserva.
Mi chiese di ascoltare delle cose che avevano fatto con il gruppo, che all’epoca stava nascendo, e chiese se ero interessata ad impegnarmi seriamente con loro: non so perché ma accettai subito, e così nacque Maya.
Dopo quasi quindici anni, non mi pento della mia scelta.

Ci sono state influenze stilistiche agli inizi?
Penso al timbro della voce e all’interpretazione: come si fa a tirar fuori la propria voce e a scommetterci sopra?

Quando si studia il proprio strumento, nel mio caso la voce, esce quello che sei davvero.
Il timbro vocale è quello che ti dona Dio, l’interpretazione, invece, è l’impegno che metti nel trasmettere con tutta l’anima quello che vuoi comunicarea chi ti ascolta.
Dopo anni di conservatorio, studi ed esperienze su te stessa, devi scommetterci sopra per forza.

Tu e i Riserva Moac avete origini molisane: cosa ami e cosa cambieresti di questa regione stuprata da organizzazioni criminose, falsi investitori e cieche amministrazioni locali, ma anche culla di forti tradizioni e persone devote al sacrificio?

Spesso fa male vedere il posto in cui sei nato così potenzialmente bello e al contempo così distrattamente vissuto. Oggi più che mai ci ricordiamo di essere sanniti solo nel week end, quando i bicchieri di troppo innalzano il “livello dello scontro”.
Di questa regione amo la tranquillità e la pace, un po’ meno il freddo.
Cambierei invece l’abitudine alle consuetudini di molti miei conterranei: rimuoverei frasi come «Così è e sempre così sarà», oppure la tipica deresponsabilizzante «Se Ddì vo’ (se dio vuole)».
Il Molise può rinascere.

Come nasce un testo dei Riserva Moac?
La musica i testi di un disco e la loro interpretazione può ancora occuparsi di politica?
Siete da sempre un gruppo agitatore di masse, quanta voglia di cambiamento c’è nei vostri testi?

Tutta quella che riesci a vederci dentro.
Siamo assediati da musiche e canzoni che tendono a distrarci, fanno il lavoro sporco per conto di chi, invece, deve agire indisturbato.
Il sentimentalismo melenso di certo pop, lo spirito individualista di certe hit radiofoniche…per noi la musica è un atto di responsabilità collettiva, un generatore d’indignazione vera, una presa di coscienza.
Quindi sì, c’è politica nei nostri testi, c’è società, attualità, sdegno e speranza critica al Potere.
Quello che non ci sarà mai?
L’indifferenza e la superficialità: di queste cose ce n’è già in abbondanza.

Le ultime tornate elettorali in Italia sono state segnate dall’astensionismo giovanile, un po’ per protesta e un po’ per totale distacco da una politica ormai cieca e distante dal mondo reale.
Come reputi l’atteggiamento da parte delle nuove generazioni?

Rassegnazione per quelli stanchi, dissenso estremo per quelli che ancora ci credono e peccato mortale per quelli che, invece, non si sono mai interessati a ciò che gli succede intorno.
L’astensionismo a una tornata elettorale è la diretta conseguenza di un astensionismo più profondo, quello che fa sì che quattro gatti possano disporre liberamente del presente e del futuro di moltitudini umane.
Occorrerebbe essere politici e attenti ogni giorno.
Ogni giorno bisognerebbe fare incursione nei palazzi del potere con la Cultura, l’arma più potente che ci sia rimasta.

Come sta il circuito indipendente Italiano?
Esistono ancora radio, riviste, webzine e locali disposti a scommettere su realtà sconosciute ai più?

È un circuito febbricitante forse, ma in questo tempo abbiamo avuto il privilegio di conoscere un fermento sotterraneo, un humus creativo e innovativo.
Tirar fuori l’eterno underground di questa nazione è impresa dura specialmente se il gusto musicale verrà sempre influenzato dai grandi network e dai numerosi talent show.
Sarà dura finché continueremo a farci scegliere, parafrasando De André, dalla TV.

Ci sono gruppi, addetti ai lavori e artisti nel circuito indipendente, che stimi in particolar modo e con cui vorresti collaborare?

Abbiamo già collaborato con Erriquez della Bandabardò, ci ha fatto un regalo bellissimo: disponibilissimo e di un’umanità rara, ha cantato con noi in ‘Jackpot‘, traccia presente in “Babilonia”.
Il disco intero, in effetti, è una continua collaborazione con amici e musicisti, a parte Erriquez tutti ancora molto emergenti.
Se scorri la tracklist di “Babilonia” ti accorgerai che in ogni brano c’è un featuring: abbiamo cercato di convogliare il fermento.

I vostri live sono trascinanti e coinvolgenti e date sempre tutto il possibile al vostro pubblico. Quali sono le sensazioni che più ti catturano sul palco?

Il bello di stare sul palco è il “dare e avere”.
Il pubblico si carica di energia per la nostra musica, per le nostre parole e noi ci riprendiamo la loro energia, per farla nostra e ritrasmetterla a loro ancora.
Il nostro pubblico è la nostra energia e il palco, in questo modo, diventa la nostra dimensione naturale: io fuori dal palco non sono più Maya perché non ho il pubblico per esserlo.

Tempo fa è circolata la notizia che Frusciante in una lettera aperta abbia riportato quanto segue: «Quando qualcuno pubblica musica con un’etichetta, questo qualcuno sta vendendo la sua opera, non la sta donando. L’arte è una questione che invece attiene al dono: sembra che ormai l’unico modo per ottenere musica sia pagare. Siamo talmente incastrati in questo meccanismo da pensare che sia normale. Pensare che i musicisti siano talmente affezionati al pubblico da vendergli aggressivamente il proprio prodotto, la propria immagine e personalità».
Come giudichi quest’entrata a gamba tesa su un mercato discografico già debole?

Pensiero molto romantico il suo, ma così facendo il mondo sarebbe sommerso di artisti validi con le pezze al culo e in cerca di ripari di fortuna, che quindi sarebbero impossibilitati a continuare a fare gli artisti.
Preferisco pensare che il suo sfogo sia rivolto al mondo delle major, allo star system: condivisibile il suo pensiero in tal caso.
Qui, nell’underground, ci basterebbe soltanto riuscire a vivere di musica, di libertà espressiva, lavorare e guadagnare quel poco che basta per continuare a offrire e donarsi altri frutti della creatività, oltre a poter crescere un figlio (senza particolari deliri consumistici).
Non credo ci sia nulla di male in questo.

Ascoltando “Babilonia” ho avuto l’impressione che sia il vostro disco più eterogeneo per influenze, ritmiche e tematiche affrontate.
Un disco dal respiro sempre più ampio che non risparmia niente a nessuno: hai cinque aggettivi per definirlo nella sua interezza?

Multinazionale, ma in un senso completamente guerrigliero.
Globale, ma in un senso completamente alter-economico.
Visionario, collettivo, attento.
Credo che questo sia il disco che ci rappresenta di più, questo disco è tutto quello che volevamo essere.

Puoi consigliarci un libro ed un disco verso cui nutri particolare amore?

Il libro più bello della mia vita è “Scritto sul corpo” di Jeanette Winterson.
Il disco?
Facciamo un disco italiano, anzi due: “Nero a Metà”  di Pino Daniele e “Piknic” di Ivan Graziani, due artisti che avrò sempre nel cuore.

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