Le Mura: come ti riducono i sentimenti?

Il titolo, provocatorio, riprende un concetto preciso uscito durante l’intervista con Andrea Imperi, voce de Le Mura.
“Sat Nam” è il primo disco della band e arriva dopo un’intensa attività live che ha visto spesso i ragazzi in grado di riempire i club più rinomati della capitale.
Altamente energici sul palco, Le Mura hanno da poco festeggiato il release party (leggi il live report) di quello che è un album dai tratti garage rock, dal titolo peace & love e dai contenuti che parlano d’amore – amore malconcio, amore che sa ferire.

“Sat Nam” è il vostro primo album ufficiale, e arriva dopo sette anni di attività: cosa cambia nel momento in cui ci si trova dopo tanto tempo ad affrontare questo grande passo?

Mi ricordo che si parlava di musica dalla mattina alla sera e noi avevamo la nausea, dovevamo a tutti i costi “fare” ma non avevamo soldi né contatti.
È stata lunga la lotta per avere anche solo la possibilità di registrare!
Quando lavori ad un album ti senti generativo e pieno di euforia, quando lo rilasci e chiudi il cerchio può essere anche dolorosa la sensazione di separazione: sai che un percorso è finito, il foglio è nuovamente bianco, tu hai detto la tua.
Sai che la discografia si basa su un sistema di entrate e uscite, mentre tu no.
La cosa veramente diversa dopo l’uscita di questo disco siamo noi, che abbiamo avuto l’occasione di guardarci in faccia davvero.

Come mai avete scelto proprio Milano come location per le registrazioni?

Il Real Sound di Milano con il lavoro di Ettore Gilardoni ci sembrava una scelta ottimale per il tipo di sound “sporco” che avevamo in mente, bisognava fare delle scelte precise e per questo ci siamo rivolti lì.

Le Mura

Il vostro è un album che non usa giri di parole, va subito al sodo: questo essere diretti è una caratteristica che vi corrisponde meglio nella vita privata o sul palco?

Nella vita privata non ti escono sempre le parole giuste al momento giusto, mentre in una canzone hai una seconda possibilità.
Io credo sia una forma di rispetto cercare la sostanza senza ricamarci tanto sopra, sia nella vita privata che sul palco.

In molti dei vostri testi vi rivolgete ad un interlocutore, e fin qui nulla di sconvolgente.
A chi (o cosa) vi rivolgete, dal punto di vista personale, nella stesura?

Chi lo sa?
Ci si rivolge al cielo, ci si rivolge a sé, ci si rivolge al cielo in sé.
Se scrivi qualcosa che ti parla davvero hai fatto già molto.
In una canzone ognuno può essere chiunque in qualsiasi momento, come nei sogni, no? Non c’è un vero me né un vero te, quindi se riesco a perdonare qualcuno in una canzone sto perdonando anche me.
Chi scrive tanto rischia molto con il suo cervello perché scompone il significato classico dalla parola stessa che lo contiene.
Così, un albero diventa un interlocutore o la luna un’amica luminosa: è una dimensione stupenda da vivere, è quella che abitano i bambini.

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Nelle tracce di “Sat Nam” l’amore sembra essere il protagonista, anche se ne esce quasi malconcio.
Il sentimento è realmente ridotto così male?

Vedi, tu hai detto l’amore, qualcuno ha detto le donne: è la sensibilità di chi ascolta il vero spettacolo.
Dovrebbe essere insegnato.
Il sentimento è qualcosa che si impara, non è un regalo della natura come l’impulso: si impara da bambini attraverso il comportamento dei nostri genitori, le storie dei nonni, la letteratura.
I greci avevano la mitologia per spiegare il sentimento, io non so come è ridotto il sentimento ma di sicuro so come ti riducono i sentimenti.

Domanda di rito, poco originale, ma ugualmente interessante: progetti futuri?

Il release è stato molto divertente: ora stiamo preparando il tour, al momento l’idea è di godersi quello.

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