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Avanguardia sonora: intervista a Xabier Iriondo

Attraverso la ricerca di nuovi suoni distorti e analogici, ha attraversato i 20 anni più belli e più difficili della storia rock alternative italiana consegnandoci dischi di rara bellezza artistica con Afterhours, A Short Apnea, Six minute War Madness, Uncode Duello, Polvere, The Shipwreck Bag Show, Tasaday e tanti altri, passando per collaborazioni con Damo Suzuki, Zu, e Juan Mordecai, per citarne alcuni.
Dopo aver seguito con interesse le sue ultime collaborazioni, abbiamo deciso di capire meglio dove trovi energie e linfa vitale per le sue creazioni e per le sue innumerevoli collaborazioni in Italia e nel mondo – e se si possa vivere ancora facendo il musicista a tempo pieno.
L’intervista è dedicata a Xabier Iriondo, artista creativo e avanguardista, professionista del suono, imprenditore e costruttore di strumenti musicali.

Più che chiederti come ti sei avvicinato alla musica e alle chitarre, mi piacerebbe sapere come ti sei appassionato alle chitarre distorte (prima) e come hai subìto la fascinazione degli strumenti analogici (poi) – strumenti che hai iniziato a manipolare fino ad arrivare a costruirli in autonomia.

Ho iniziato a suonare perché mi interessava il suono, prima ancora della musica. La distorsione è un’anomalia del timbro naturale degli strumenti elettrici o elettrificati, una cosa nata per errore saturando gli ingressi degli amplificatori delle chitarre. Una cosa avvenuta più di 50 anni fa e da allora esplorata in lungo ed in largo da musicisti di ogni latitudine e percorso. Ho ascoltato musica sin da bambino … ed il rock, dagli anni ’60 in poi è costituito in buona parte da suoni di chitarra distorti. Per me quindi è stato naturale come bere l’acqua iniziare a lavorare sulle differenziazioni timbriche che le saturazioni possono dare alla musica (non solo alla chitarra elettrica). Amo gli strumenti analogici perché permettono di “sbagliare” maggiormente e quindi personalizzare la propria tecnica, questo accade anche in ambito digitale ma con un margine inferiore. Suono e colleziono chitarre, amplificatori e pedali da più di 25 anni, ad un certo punto ho sentito la necessità di costruire uno strumento (il Mahai Metak) con il quale allargare la mia tavolozza timbrica, … avevo dei suoni in testa ma non riuscivo a riprodurli con gli strumenti che possedevo.

La tua discografia è lunghissima nonostante la tua giovane età, questo grazie alla miriade di progetti messi in piedi in collaborazione con tantissimi altri artisti: quanto è importante per te continuare a ‘tenere le mani in pasta’ in più progetti?

Da sempre suono con più persone, per me è naturale allargare gli orizzonti e diversificare modalità compositive. Altrimenti rischierei di infilare le mie pulsioni in ambito creativo compositivo in un solo progetto, creando un calderone troppo ricco.

Nella tua carriera musicale hai collaborato con artisti eclettici, fantasiosi e di importanza internazionale. Penso a Damo Suzuki, Zu: cosa rischi e cosa metti in gioco ogni volta che collabori con uno di loro?

Ogni volta che mi interfaccio con un artista cerco di mettermi al servizio di un’idea, di un concetto musicale che mi permetta di stupirmi e sentirmi nuovo.

Un paio di mesi fa raccontando l’ultimo lavoro di The Shipwrech Bag Show (progetto da te messo in piedi insieme a Roberto Bertacchini), avevamo scritto “Dove trovi Iriondo le energie e le idee per essere un artista poliedrico e prolifico del panorama alternativo italiano non è dato saperlo”. Svelaci questo mistero.

Per me è naturale sviluppare nuovi progetti musicali, sono molto curioso e cerco sempre stimoli diversi per creare e sviluppare nuove idee. Diciamo che la benzina la trovo nella mia vita privata, nel tempo che riesco a dedicare a me stesso e agli altri.

Quale è stato il progetto che ha richiesto più energie e/o più tempo per la sua gestazione?

Il disco “ILLU OGOD ELLAT RHAGEDIA” di A Short Apnea è uno dei lavori che ha richiesto grande energia.

Sei entrato negli Afterhours nel 1992 e in dieci anni circa siete diventati una delle band più importanti del panorama rock alternativo italiano. Come hanno fatto gli Afterhours a sopravvivere al grande declino del mercato discografico indipendente italiano?

Con intelligenza e perseveranza, superando ogni genere di difficoltà e di cambi di formazione.

Parte di quella che era la scena rock alternativ italiana anni ’90 sta tornando: penso ai Rats, ai Ritmo Tribale con il ritorno di Edda, agli Estra, ai Movida di Mario Riso, ai Luciferme…tutte band che si erano sciolte per vari motivi, tra cui il declino del mercato alternativo. Una domanda mi sorge spontanea: adesso é un buon momento o un cattivo momento per fare musica?

E’ sempre un buon momento per fare musica, per esprimersi, per comunicare. Per vivere di questo e mantenersi però non credo sia un tempo molto propizio quello che stiamo vivendo ora.

C’è un gruppo degli anni ’90 che hai amato e che ti manca in modo particolare, con cui magari un giorno vorresti fare qualcosa?

No.

Negli ultimi anni ti abbiamo visto alle prese con molti show-case in radio e piccoli locali. Veri e propri spettacoli in cui fai da One Man Band con le tue strumentazioni analogiche: come reagisce il pubblico, che feedback hai da questi eventi?

Ho feedback molto diversi, talvolta positivi talvolta no. Quello che io cerco è causare una reazione emotiva, non mi interessa che applaudano a tutti i costi, l’importante è che reagiscano in qualche maniera, anche andandosene (se si sentono disturbati dalle forti dinamiche o da certi contenuti atonali della musica che faccio). L’unica cosa che temo davvero è l’indifferenza, quando la troverò nella gente che viene ad ascoltarmi smetterò di suonare in pubblico.

Sei un artista in continua mutazione, un’avanguardista ed esploratore del suono: cosa dobbiamo aspettarci per il futuro e per i prossimi progetti? C’è qualche aspetto della musica che intendi ancora esplorare e stravolgere?

Spero di poter continuare con energia e creatività nella mia ricerca della bellezza, entrare anche in contraddizione con me stesso potrebbe essere una bella risorsa futura … vorrei poter suonare anche in ambiti diversi da quelli nei quali fino ad ora ho operato.
Mi interesserebbe lavorare con il suono abbinato ad altre discipline (la danza, l’immagine, etc).

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