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UNALTROFESTIVAL 2016 Day 2: pettiniamoci e partite

Unaltrogiorno di UNALTROFESTIVAL 2016. 2 settembre 2016, seconda e ultima serata al Circolo Magnolia di Segrate per il festival tardoestivo organizzato da Comcerto e che richiama ormai da alcuni anni nomi in grande evidenza nel panorama musicale dentro e fuori i confini nazionali. Serata all’insegna di vere e proprie “bestie” live, gruppi noti alle forze dell’ordine per la terribile carica che sanno portare su e giù dal palco.

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La giornata di UNALTROFESTIVAL inizia col sole ancora alto nel cielo, e ci pensano i Birthh a dare una spolverata al palco laterale e al suo impianto audio. Sul palco principale, il ruolo di apripista tocca a Flo Morrissey, ragazzina inglese dal cognome importante ma assolutamente casuale, nessun legame di parentela che conta per lei. C’era curiosità da parte mia, avendone recensito dodici mesi fa il primo album, e questa figura un po’ minuta dai colori che fanno pensare a Frida Kahlo occupa da sola un intero stage con i suoi arpeggi di chitarra e la sua voce. Il pubblico è distratto come da copione, e Flo Morrissey non riesce a trasmettere quel carisma che aiuterebbe a renderle giustizia. Si sposta al piano elettrico, ma non riesce a dare trasporto, dando l’impressione di soffocare il proprio potenziale e le indubbie doti vocali.

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Altro piglio quello di Fil Bo Riva, di origine italiana e cresciuto tra l’Irlanda e Berlino. Si presenta a UNALTROFESTIVAL accompagnato da una seconda chitarra, con cui raddoppia le plettrate senza perdersi in evoluzioni particolari, giocando la carta di una musica briosa ma non troppo saporita. La voce è invece molto particolare, non è affatto limpida e che fa pensare a un ragazzotto tamarro della provincia americana. A chi piace la sensazione di qualcosa di sporco e imperfetto, questo timbro e questa dizione dal fare stiracchiato dicono qualcosa e incuriosiscono. L’aggiunta di effetti di fondo su alcuni brani aiuta a riempire il palchetto.

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Davanti al main stage c’è pieno, anche se non pienissimo, per accogliere i Ministri, beniamini di casa e celeberrimi padroni del palcoscenico. Un’occasione ghiotta, questa di UNALTROFESTIVAL, per mettere a ferro e fuoco il Circolo Magnolia, con tanti animi pronti a farsi scaldare. È con questo spirito che i Ministri iniziano da subito a suonare semplice ma forte: pochi accordi e poche variazioni, volumi alti e ritmo infernale. La voce di Divi rimane inizialmente in secondo piano rispetto alla linea chitarra-batteria, anche se già dal secondo pezzo si assesta.

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La chiave di tutto è manco a dirlo la presenza scenica, e di quella i Ministri ne hanno da vendere. Ogni pezzo si chiude con un gran finale, e il movimento delle teste e delle chiome -ove presenti- è ben più spinto del movimento delle dita sugli strumenti. La presenza nelle primissime file di numerosi fan del gruppo che li seguirà impedisce forse di scatenare l’inferno, situazione tipica da festival, ma la presa magnetica che hanno non si discute.

Un paio di appunti da osservatore esterno: non avevo mai notato quanto ‘Tempi bui‘ fosse di chiara ispirazione The Strokes, e in questa esecuzione live ho avuto una sorta di epifania; per quanto riguarda la difficile prova della ballatona, li considero rimandati, poiché il numero di accendini e di limoni visti intorno non raggiunge il minimo necessario per qualificarli come maestri del lento. Si chiude nella migliore delle tradizioni, con il caos più totale, la grande tirata, uno stage diving quasi composto e quel giro di chitarra che riesce a tirarti dentro anche contro la tua volontà.

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Ne hanno fatta di strada gli Editors, dal 2008 a oggi. Li vidi all’Alcatraz, avevano pubblicato due dischi e facevano un indie rock di buona fattura che andava di moda nel decennio scorso. Erano gli anni del post-punk revival, con quel lato post-punk che si prestava ad accostamenti pesanti. A furia di sentirsi ripetere che richiamavano molto i Joy Division, gli Editors devono essersi rotti le palle e da lì hanno iniziato un percorso di definizione di una loro identità. Otto anni dopo, con parecchia obiettività in più, me li trovo nuovamente di fronte a UNALTROFESTIVAL 2016, e può scattare il gioco delle differenze.

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L’attacco è cupo ed elettrofiacco, creano un po’ di aspettativa senza tirare. Il pubblico invoca il loro nome, Tom Smith risponde con un “Graz” che ripeterà spesso nel corso della serata, non avendo forse capito che siamo a Segrate, tuttalpiù puoi dire “Milano” o “Malano“, mentre Graz è in Austria e presumibilmente fa un po’ meno caldo che qui a inizio settembre. Tirano fuori pezzi dal passato, come ‘Smokers outside the hospital doors‘ che risale a quand’ero giovane io, ma il taglio dell’esecuzione è quello dell’elaborazione. Gli Editors sembra debbano attenersi a un codice di comportamento ben definito, non sono affatto ingessati ma ogni movimento e ogni vocalizzo appare studiato. Il passaggio al pianoforte regala un briciolo di spontaneità, ma pare che le diverse sonorità del loro percorso vengano appiattite su uno stile perfezionista e attento ai dettagli.

Sono dei fighetti del rock, ormai: non c’è dark wave, hanno abbracciato il lato un po’ meno oscuro della forza. Il retrogusto di synthpop anni 80 si avverte spesso, i pezzi più tridimensionali arrivano dal penultimo disco, ‘Formaldehyde‘ con un chitarrone quasi di circostanza e ‘A ton of love’ con cui chiudono il set principale. Gli Editors propongono del buon rock in maniera impeccabile, hanno un suono pettinato, come solo Nicola Berti al novantesimo minuto di una finale di Coppa UEFA riusciva ad essere. Belli da vedere e da ascoltare, ma che fine ha fatto quell’attitudine cazzona, spontanea e pure sciamannata che ci (mi) piaceva tanto? Due pezzi per l’encore, prolungati all’inverosimile, e folla in visibilio per ‘Papillon‘, che dimostra come cercando di sfuggire ai Joy Division si finisca per assomigliare ai New Order in modo quasi becero, non sono io ad affermarlo, è la natura dell’evoluzione.

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Gli Editors visti a UNALTROFESTIVAL possono riempire non solo il Magnolia o il Forum, ma pure uno stadio, hanno l’approccio giusto e le qualità per farlo. Tom Smith e compagni sono diventati dei professionisti del rock, ispirandosi a chi sa fare breccia nel grande pubblico, sacrificando la vivacità in favore dell’impatto visivo e sonoro. Si chiude con loro una due giorni di concerti che non ha fatto mancare nulla, abbiamo visto cantanti giocherelloni e personaggi schivi, gruppi che scavalcano le transenne e band che non mettono un dito fuori posto. L’appuntamento è ovviamente a unaltranno.

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Matteo Ferrari

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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