The Wombats, divertimento con le palle

I The Wombats sono nati nell’ultimo periodo d’oro dell’indie rock britannico, nel primo decennio degli anni Duemila, ma a più di dieci anni di distanza continuano a sfornare brani e dischi di grande successo.
Il loro tour 2019, sull’onda lunga dell’album “Beautiful people will ruin your life”, passa da Milano il 12 febbraio in un Fabrique colmo e molto caloroso, per questa band dal nome australiano, dalle origini nobili in quella Liverpool che ha dato i natali alla Storia della musica pop e dal suono sempreverde.

Sono due inglesissimi gruppi spalla a contendersi la scena in apertura, iniziando dai BLOXX, giovani, dall’aria leggera e che sfoggiano un pop rock da manuale.

BLOXX
BLOXX

I Circa Waves non sono di certo degli sconosciuti, e vengono accolti con visibile entusiasmo dal pubblico milanese ricambiando con schitarrate e ritmi nervosi. I suoni sono essenziali, la presenza sul palco è parecchio trascinante, con uno stile facilmente identificabile: prendi una linea classica e sostenuta di basso e batteria, in cui è facile riconoscere certi refrain di gruppi come Interpol, e ritagliaci sopra una melodia spensierata.
Si giocano bene le loro carte, i Circa Waves, con un piglio ordinato e di tendenza come il loro taglio di capelli.

Circa Waves
Circa Waves

Salgono sul palco convintissimi, The Wombats, e attaccano impostatissimi con ‘Cheetah tongue‘.
Con ancor maggiore convinzione passano a ‘Moving to New York‘, vecchio successo che agita il pubblico.
La voce di Matthew Murphy prende dei toni altissimi ma non mostra sbavature, anche se siamo solamente all’inizio, e non accennano a star fermi un secondo, in particolar modo il bassista che saltella come un grillo.
I volumi sono spinti, forse un pelino esagerati, e il cantante rimane sempre tiratissimo, viene spontaneo chiedersi quanto corra il rischio di arrivare afono a quarant’anni.
Anche se non ne è poi così lontano…

Con due suoni di tastiera invadenti e luci dai colori pastello, The Wombats si spostano in un attimo su un’atmosfera da dancefloor, qualche affaticamento vocale inizia a sorgere dal quinto-sesto pezzo, lo tradisce l’uso del falsetto, ma in linea di massima è tutto ok.
Non mollano un colpo, il suono viene sforzato per essere avvolgente con un po’ di effetto ammassamento, specie quando abbassano il tiro, l’esecuzione risulta semplice ma non c’è nulla di evocativo o di poco originale in quel che fanno.

The Wombats
The Wombats

Ripescando di nuovo agli albori, con ‘Kill the director‘ senza bisogno di grossa elaborazione The Wombats scatenano l’agitazione e l’esaltazione collettiva, che ‘Techno fan‘ alimenta con un passaggio di tastiere coinvolgenti.
Tra ventate retrò, palloni giganti che iniziano a fluttuare su ‘Tokyo (Vampires & Wolves)‘ per strizzare l’occhio al lato scenografico, si arriva a quella mina di esordio che fu ‘Let’s dance to Joy Division‘, frenetica e allegra, con i pupazzi di Wombat sul palco che strappano un bel sorriso.

Più malinconici e sentimentali, The Wombats appaiono nell’encore prima con il rientro acustico e solitario di Matthew Murphy con ‘Little combination‘, poi con l’attacco potente ma lo sviluppo morbido di ‘Turn‘ e infine la chiusura poppissima e sdolcinata di ‘Greek tragedy‘.
Un concerto nel complesso davvero piacevole, con The Wombats che sanno creare atmosfere divertenti e coinvolgenti, leggeri senza mai essere banali o dare l’impressione di qualcosa di già sentito.

Matteo Ferrari

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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