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The 1975 live a Parigi: più luce, più rosa, più spettacolo

Data strana il 31 marzo, per me almeno: un anno fa come ieri andavo a vedere i Rival Sons a Glasgow portandomi dietro quasi di forza qualcuno che non conosceva la band.
Risultato? Concerto fantastico, tutti si divertono tantissimo e torniamo a casa felici e contenti.
L’Olympia di Parigi si è ripetuta esattamente la stessa scena, e con risultati anche migliori: The 1975, luminosi, rosa, forse ormai anche un po’ boy band.

«E cosa c’è di male?», mi verrebbe da dire in questo caso. Perché con un nuovo album fresco fresco e uscito poco più di un mese fa, la band sembra stia trovando una sua identità; e che problema c’è se dal piglio un po’ più dark e total black “from head to toe” dei primi tempi adesso Matt Healy e compagni si stiano indirizzando verso qualcosa di più allegro e spensierato?

Certo, a L’Olympia la situazione è la stessa di un anno e mezzo fa ad Helsinki, quando li abbiamo seguiti nella tappa finlandese del tour per il loro primo album: a occhio, il 70%-75% delle persone nella sala sono ragazze/ragazzine – situazione già verificatasi due settimane fa al concerto dei The Neighbourhood tra l’altro, sempre qui a Parigi (guarda qui la gallery). Avranno anche un gran seguito tra le teenagers, ma posso confermare che le due mamme dietro di me si muovevano esattamente quanto le figlie. Così, per dire.

Ed è proprio una ragazza non-più-teenager da pochissimo tempo ad aprire la serata.
Amber Rain aka The Japanese House porta sul palco il suo alien-like pop tinto di blu dalle sonorità molto delicate e a tratti quasi adolescenziali (in senso buono, ovviamente). C’è qualcosa di naïf in lei, che si riflette nei suoi gesti e nella presenza scenica: è poco più giovane di me, ma entrare nei ‘venti’ pare non averle scrollato di dosso una certa ingenuità nel guardare il mondo che però, in sé, conserva qualcosa di creativo. E più che di guardare il mondo in generale, ascoltandola ci si accorge di pensare a una sola cosa: il mare. Le canzoni di Amber parlano di acqua, hanno lo stesso suono dell’acqua, sfuggono via come l’acqua. Non c’è da stupirsi, quindi, se il suo brano più famoso e più divertente si chiami ‘Cool Blue’. L’hanno già notata in tanti, l’abbiamo apprezzata a Parigi: fatelo anche voi buttando un orecchio a ‘Clean, Still, Sugar Pill’ e ‘Cool Blue’.

Venti minuti di pausa e si spengono le luci. Tutto si colora di bianco e varie tonalità di rosa. La bella scenografia comincia ad animarsi, come i tre rettangoli caratteristici della band sospesi in alto sulle teste di Healy, Adam Hann (chitarra/synth) e Ross MacDonald (basso/synth).
Un sassofono nell’oscurità comincia a suonare, mentre l’unica nota in riproduzione tiene sospeso il pubblico per quasi cinque minuti: “AND LOVE ME!”.

Perché Healy si ama, ama il pubblico e da questo viene a sua volta amato, ormai lo sappiamo. Non c’è un ordine particolare nei brani, c’è solo una band che offre al pubblico di Parigi uno spettacolo fantastico. Nessuno si risparmia, dall’inizio alla fine, l’esecuzione dei brani è semplicemente perfetta, aggressiva e coinvolgente. Sono tante emozioni messe insieme, una a contatto con l’altra: prima i sintetizzatori sembrano quasi volerti abbracciare, poi la chitarra ti spinge via costringendoti a saltare e muoverti come Healy nel suo scorrazzare senza meta per il palco. Tra un bicchiere di vino e l’altro, la scaletta passa in rassegna tutti brani più famosi e quelli più d’atmosfera della band, pescando senza discrezione tanto dal primo quanto dal secondo album della band, compresi gli EPs che ci sono stati nel mezzo.

Matt Healy ha un rapporto unico con il pubblico, c’è poco da dire a riguardo.
Un po’ lunatico forse, ma decisamente molto intimo – tutti si riferiscono a lui come “Matty”.
Tanto intimo da fargli dire a un’Olympia completamente sold out, a metà della lunga scaletta e subito prima di ‘Me’ e ‘fallingforyou’, «now it’s just you and us for the next ten minutes, so I ask you to stop filming everything with you f*****g phones».
L’ha fatto con calma, ma con decisione.
Devo specificare che l’hanno ascoltato tutti e non si è visto circolare un telefono per il successivo quarto d’ora?  Ma sì va, e applausi a scena aperta per Matty e i suoi The 1975.

Il tempo corre veloce come la scaletta, e in quasi un’ora e mezzo ci sono già passate davanti diciotto canzoni. Il finale con la splendida ‘I Believe You‘, le grandi hits ‘Chocolate‘ e ‘The Sound‘ e la cattiveria di ‘Sex‘, conclude un evento per cui va stretta una mano ai ragazzi di Speakeasy, parte dell’organizzazione.
Il tour europeo è appena cominciato e i The 1975 toccheranno anche l’Italia.
Un consiglio spassionato, anche se conoscete solo due o tre canzoni: andateci e vi assicuro che non ve ne pentirete.

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