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Roger Waters, il pensiero lungo del rock

Un dovere esserci alla tappa del tour “Us +Them” al Circo Massimo, per tanti motivi: non solo per la bellezza di un concerto rock incastonato tra le meraviglie della Roma antica in una bella serata di luglio, ma anche perchè non si è trattato solamente di un concerto, bensì di una vera e propria opera d’arte moderna.

Roger Waters, da sempre ispirato da una certa simbologia di impegno, ha preparato davvero uno spettacolo colto e profondo; insieme si mischiano musica, arte, pittura, disegno, semiotica e la solita tanta politica.
Una fusione gigantesca di idee che alla fine determina qualcosa di perfetto, pur in presenza di una organizzazione dell’evento davvero non all’altezza: il piano mobilità dell’Amministrazione Raggi si è rivelato un controsenso e la stessa organizzazione di Rock in Roma sembra essere giunta al capolinea di una esperienza che fatica  sopravvivere.
Ma tutto questo non c’entra con Waters.

Lo spettacolo inizia con le immagini di una donna che guarda di spalle il mare in un lungo-costa non meglio definito.
Al solito Roger si appropria dei nostri e dei suoi demoni della mente, li fa suoi e ce li risbatte in faccia chiedendo ad ognuno di noi di fare la propria parte.
L’inizio è dunque un colpo al cuore: ‘Breathe‘, ‘The Great Gig In The Sky‘ (con le coriste Lucius davvero sorprendenti) e ‘Time‘ ci detergono il sudore estivo e ci fanno ripiombare nelle dure contraddizioni di questi tempi.
Poi probabilmente uno dei momenti migliori del concerto: ‘Welcome to the machine’, che sembra scritta ieri vista la modernità nel leggere cosa ci sta accadendo.
Poi la politica sembra prendere il sopravvento con la sua migliore produzione solista: vedesi ‘Deja Vu’ e ‘Picture That’.
La prima parte volge al termine con la sempiterna ‘Wish you were here‘ e gli incubi di ‘The Wall‘, ‘The happiest days of our lives‘ e ‘Another brick in the wall‘ (part 2 e 3), a distanza di tanti anni forse l’album più visionario e demoniaco di Waters.
Nel vedere alcuni tra il pubblico aspettare questo brano per danzare e battere le mani come si trattasse di una hit di Vasco Rossi, la domanda che mi sorge è «cosa penserebbe Roger?».
Il Waters politico non apprezzerebbe, ne son certo.
Mi vengono in mente le parole con cui egli stesso definì “The Wall”: è il suo modo di rispondere all’essere fascista che vive in ognuno di noi.

Una pausa di venti minuti in cui Waters incita a resistere e ad assumersi la responsabilità di fare qualcosa per non rimanere inerti di fronte a chi sta distruggendo il mondo; e così il secondo set si apre con l’album “Animals” e la scenografia della centrale di Battersea, maiale volante compreso.
Pezzi come ‘Dogs e Pigs‘ furono la sua risposta al nichilismo del punk per il quale ogni dibattito politico meritava solo un fuck generalizzato.
Così seguono sulla stessa scia ‘Money‘, la solista ‘Smell the roses‘, ‘Brain Damage‘ e ‘Eclipse‘ dall’immortale “The Dark side of the moon” e una perfetta e coinvolgente ‘Us and Them‘.
Sul palco di materializza anche la piramide di “The Dark Side Of The Moon” fatta di raggi luce.


È il momento di presentare una band quasi perfetta che non fa rimpiangere in alcun modo i vecchi compagni dei Floyd; su tutti uno straordinario Jonathan Wilson.
Nuova ripresa sulla necessità di non arrendersi, ma di rispondere sempre alle provocazioni, dobbiamo fare la nostra parte.
Poi il finale è tutto dedicato alla madre con ‘Mother‘ e con una versione splendida di ‘Comfortably Numb‘, addiritttura con i fuochi.
Torna la donna sulla spiaggia, stavolta raggiunta da una bambina, forse la figlia.

C’è molto in questo finale.
Molto di Waters, della sua intimità.
Ricordiamo che il di lui padre morì durante lo sbarco di Anzio ma ci vollero ben settanta anni per scoprirlo.
Quindi suo padre, un Waters, prese posizione a costo della vita anche per noi, per restituirci quello che ci era stato tolto.
Ora Roger ci ribadisce la necessità di fare lo stesso e di esorcizzare le nostre paure e i nostri demoni.
Lui lo ha fatto da tanto tempo, attraverso la musica rock, e le ha trasformate in arte, come stasera.

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