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Patty Pravo live a Torino: essere lei oggi

A una donna non si chiede l’età. Gli anni di carriera, però, più aumentano più diventano un attestato di eternità per un’artista come lei. Patty Pravo fa cifra tonda e si fregia di 50 anni di concerti: nozze d’oro con il suo pubblico, caldissimo e innamorato, anch’esso 50 anni di onorata carriera a seguire la ragazza del Piper.

Torino, 13 aprile 2016, folla davanti al Teatro Colosseo. Scapole e ammogliate, cravatte da marito, erre mosce, accenti gai, signora coi capelli blu, figlio che ha regalato biglietto alla mamma, terzetti di amiche per sempre stasera a rivivere i per sempre che furono. Il pubblico è donna.

Mi siedo e attacco bottone con la signora accanto a me: «lei ha sentito l’ultimo disco della Patty?». Mentre mi escono le parole di bocca mi accorgo di dare del lei alla mia interlocutrice e del tu alla cantante. Comunque mi sto rivolgendo a un’affezionata dei pezzi storici, e meno entusiasta degli ultimi, oggi «con tutti quegli strumenti che coprono la voce». Più integralista di lei è il signore più in là, che manda sonoramente affanculo il batterista quando i volumi si fanno più alti! Comunque parliamo di eccezioni in una serata dove le standing ovation non si contano, le mani si spellano di applausi, il pubblico è in adorazione della sua dea.

Perché Oca Nera Rock parla di Patty Pravo? La “pazza idea” di seguire qualcuno apparentemente fuori dalla linea editoriale non poteva che cadere su di lei, perché forse è interprete unica in Italia con quel fascino maledetto che seduce egualmente donne e uomini, quel personaggio superiore, sufficiente, tormentato, sincero, stronzo, fatalista, autoironico, a tutti gli effetti rock.

Dopo un inizio tosto in power chord con ‘La vita è qui’, già al secondo pezzo vince facile con la sanremese ‘Cieli immensi’. In scaletta ci sono alcuni brani dall’album “Eccomi”, per fortuna ci vengono risparmiate certe patacche coi rappers, comunque il pezzo di Sanremo è davvero cucito alla perfezione su di lei e per me è numero 1 assoluto nel festival dei fiori appena passato. “Ma tu chi sei? Che cosa vuoi? E come mai mi pensi?”. Le starlette di Amici prendono solo schiaffi, e anche buona parte dei poser del rock alternativo vengono spazzati via dallo stile di questa qui.

Oltre a ‘Cieli immensi’, scritta da Fortunato Zampaglione che non c’entra nulla coi Tiromancino, passano in rassegna canzoni di compositori anche più affermati. Come ben immaginate, frotte di autori ucciderebbero per omaggiare Patty Pravo di un loro pezzo e far incetta di diritti Siae. Stasera abbiamo parole e musiche di Tiziano Ferro, Giuliano Sangiorgi, Rachele dei Baustelle, Zibba e altri, ma soprattutto la coppia Vasco/Curreri (‘Un senso’ e ‘…E dimmi che non vuoi morire’).

Comunque prima di ogni canzone la Patty ne nomina l’autore, per esempio quello di ‘Come una preghiera’ è il figlio di Mogol: Cheope. Risate in tutto il teatro. Anche lei confessa di non riuscire a trattenere le risate quando dice “Cheope”.

Secondo me la musica indipendente avrebbe cose da imparare, o almeno da invidiare. Per esempio il concetto del “medley” con i grandi successi, rigidamente bandito nell’indie dove le canzoni devono essere eseguite dall’inizio alla fine, è un “format” che i vip della canzone italiana gestiscono alla grande e piace molto al pubblico pagante. La mia vicina di cui sopra si illumina alle prime note delle varie ‘Pensiero stupendo’, ‘Bambola’, ‘Pazza idea’, ‘Il paradiso’, ‘Ragazzo triste’, ‘Notti bianche’, e pazienza se qualcuna di queste non andrà oltre il primo ritornello. Sembra dispiacersi di più (anch’io) per alcuni acuti mancati che la Patty astutamente fa cantare al pubblico. La voce sembra accusare il tempo che passa, ma il carisma no e diciamo che pure certe approssimazioni vocali trasudano vita, classe e rock’n’roll.

Smessi gli abiti di gala sanremesi, Patty Pravo in nero ritorna padrona di tutta quella sua eleganza fatale, che parte dalle spalle per finire alle mani, alle dita, passando da quelle braccia morbidamente appese ai polsi, in un gesto da… Robert Plant? E quando il pezzo tira di più, percuote un basso immaginario e con una smorfia tun-tun diventa una della band.

Con erre moscia aristocraticamente veneziana risponde colpo su colpo alle battute del pubblico, qualcuno la vorrebbe sposare, qualcuno la vorrebbe adottare, lei fa capire che non conviene. Poi parla anche di immigrazione (per introdurre ‘Les étrangers’) e di pace: sulla versione italiana di ‘Where have all the flowers gone?’ di Pete Seeger entrano le bandiere arcobaleno e così si chiude il sipario.

Dunque abbiamo passato una bella ora e mezza di show, abbiamo sognato un po’ tutti di farci le storie con Patty Pravo, abbiamo tirato su un po’ di soldini Siae per i vari autori compreso Cheope, eccola allora che rientra, ringrazia tutti, il pubblico rompe le righe e viene sotto al palco sperando in una stretta di mano, uno sguardo o anche solo niente. Un ultimo pezzo (‘Nuvole’) per assolvere al bis e ciao ciao. Mi sono divertito e lo rifarei, stesso non dicasi per altri pur onestissimi concerti indie.

«È bellissima» è il commento più frequente che gira tra le persone che defluiscono all’uscita. Forse più della canzone, più della voce, più della simpatia: la bellezza. Il processo di identificazione con l’artista è perfettamente compiuto, dopo 50 anni di carriera da fan vogliamo essere come Patty: belli.

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