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Nick Cave and the Bad Seeds live a Roma: è tornato il Messia

Non si vedeva sui palchi europei più o meno da tre anni, Nick Cave, e quella di Roma è stata l’ultima delle tre tappe italiane dello “Skeleton Tree Tour 2017”, celebrazione live di un album che affonda le proprie radici in una tragedia privata.

La perdita del figlio Arthur ha portato l’artista australiano ad esorcizzare parte del proprio dolore attraverso il componimento di otto brani laceranti.
Simbolo di un viaggio drammatico, all’interno di una voragine buia e tormentata, “Skeleton Tree” è il fulcro della setlist che anima un Palalottomatica gremito oltre modo.
Due ore e mezza di crescendo emozionale che lascia spazio anche ai brani più noti della discografia di Nick Cave, pescando a piene mani da altri capolavori quali “The Boatman’s Call” e “Push The Sky Away”.

Nick Cave si è sempre concesso molto ai suoi fans creando con loro un legame fisico incrollabile da oltre trent’anni.
Spesso mi sono chiesta quanto edonismo potesse esserci nelle sue performance live ma in realtà tutto si traduce in un magnifico ed impareggiabile scambio di energie.
Sul palco Cave si nutre delle emozioni altrui.
È quella, l’eccitazione del pubblico, ad alimentare la sua teatralità.
Quando non catalizza su di sé le braccia dei fans, è in mezzo ai suoi Bad Seeds che Cave si abbandona in movenze che evocano danze ancestrali emanando un magnetismo non solo fuori dal comune, bensì unico.
Mai mi è capitato di assistere ad una glorificazione intensa e pura dell’artista ad opera del suo pubblico.
Fatta eccezione per qualche brano eseguito al pianoforte (su tutti ‘Into my arms‘) Nick Cave resta tutto il tempo accanto ai fans.
Non si sposta, non arretra: resta lì, a bordo palco, in balia di mani e occhi che lo sostengono a dismisura.

La serata ha inizio quando ‘First Journey‘ (tratto da “Wind River”, colonna sonora dell’omonimo film, curata da Warren Ellis e Nick Cave) accompagna l’ingresso della band sul palco.
Il primo trittico è morbido e avvolgente – ‘Anthrocene‘, ‘Jesus Alone‘, ‘Magneto‘.
L’apice arriva con ‘Can You Feel My Heartbeat?‘ e si prosegue fino a ‘Jubilee Street‘, brano che divide idealmente la serata in due momenti distinti.

I am transforming, I am vibrating.
I am glowing, I am flying.
Look at me now, I am flying.
Look at me now.

Come restare impassibili davanti ad una richiesta simile?
La melodia incalzante sembra innalzare in aria i presenti, esattamente come l’interpretazione di Nick Cave.
Da qui la setlist prosegue con una verve diversa, più movimentata, senza tuttavia abbandonare mai la sensazione di perdita che aleggerà per tutta la serata al Palalottomatica.
Perché partecipare ad un simile evento significa, inevitabilmente, assorbire parte delle emozioni altrui.
E in questo caso specifico, ad animare Nick Cave c’è una forte disperazione veicolata attraverso i suoni di musicisti eccelsi, capitanati dal carismatico Warren Ellis.
Disperazione, sì, ma anche molto amore.
Amore che si materializza definitivamente durante il bis quando, dopo un cambio d’abito e una breve pausa, Nick Cave scende in platea per raggiungere il mixer.
Il tragitto percorso dal palco sino a lì è un cammino interminabile, fatto di abbracci, baci, sorrisi e strette di mano.
Nick Cave diventa l’amico che non vedi da molto tempo e col quale hai condiviso una vita fatta, purtroppo, non sempre solo di gioie.
The Weeping Song‘ la interpreta da lì, dirigendo con le mani il fiume di idolatri che lo circonda.
Stagger Lee‘ e ‘Push the Sky Away‘ sono la chiusa della serata, con centinaia di persone che invadono il palco e vanno a circondare i Bad Seeds.
Come in ogni celebrazione il Messia ha condiviso tutto con i suoi fedeli, sino all’ultima goccia di sudore.

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