Manuel Agnelli, he’s got control again

Brescia, 23 novembre 2019

Metti una sera con Manuel Agnelli.
Metti che quella sera sia a Brescia, nel pieno di un piovoso autunno perenne col vento sferzante su tutta l’area del Brixia Forum, e dentro le mura del Dis-Play ci sia un pesante tepore ad accompagnarci al nostro posto numerato.
Ed è forse la prima volta, in numerosi anni e numerosi suoi (loro) concerti che trovo un seggiolino ad attendermi.
Ma già il titolo del tour, ripartito a novembre a qualche mese di distanza dai successi primaverili, parla chiaro: “An evening with Manuel Agnelli“, che su un palco allestito quasi per stanze vedrà il leader degli Afterhours, nel pieno degli anni della sua trasversale popolarità, fare gli onori di casa in compagnia di Rodrigo D’Erasmo e sfoderare tutte le forme di intrattenimento di sua conoscenza.

Manuel Agnelli

Certo, entra in scena senza salutare e si mette subito al piano, l’attacco è subito intenso e vibrato, con la cover di uno degli artisti più cari a Manuel Agnelli, tant’è che proprio a Lou Reed si deve la scelta del nome Afterhours.
Berlin‘ è lo spunto anche per la prima chiacchierata, qualche ameno racconto di esperienze berlinesi, poi entra Rodrigo D’Erasmo e si gira il vento: chitarrone, voce a tutta, violino distorsivo e via con ‘Male di miele‘.
Si avverte molta teatralità, ogni minima variazione viene enfatizzata e amplificata.
Anche quando Manuel Agnelli imbraccia e fa graffiare la chitarra elettrica, e quando il violino è più lineare, sono sempre il timbro di voce e la sua intensità a prendere il sopravvento.

La scaletta spazia parecchio, ‘Non voglio ritrovare il tuo nome‘ è un grido melodico carico delle armonie di pianoforte e violino, un pezzo della prima ora come ‘Pelle‘ viene spogliato di fronzoli e di sovrastrutture, e poi ci si rilassa un po’: una situazione casual e informale, frizzi e lazzi, un drink in soggiorno, una cover acustica.
Ancora seduto sul divano, Manuel Agnelli ci parla di rivoluzione, con una lunga lettura, e poi rilegge i Joy Division con una versione manovrata di ‘Shadowplay‘, deprivata di durezza e di spigoli.

Non c’è ritegno, non c’è vergogna nel proporre cover, senza scimmiottare nulla ma reindirizzando tutto verso il mood della serata, anche un Bruce Springsteen riproposto al piano.
Ci si sposta nuovamente sul fronte del palco, dove parte la breve rubrica “Manuel Agnelli fa cover di pezzi degli Afterhours (stravolgendoli)”, tipo una blanda e totalmente ridisegnata ‘Strategie‘.
Sui brani recenti il raggio d’azione è invece più ristretto, e le versioni di ‘Padania‘ e ‘Costruire per distruggere‘ sono piuttosto fedeli agli originali.
Una divertente retrospettiva sullo stage diving ci accompagna per mano all’attacco di ‘Non è per sempre‘, che infrange il muro e smuove il pubblico in una fragorosa ovazione, e il calore viene ricambiato con un omaggio di pianoforte a Nick Cave e alla sua ‘Skeleton tree‘.

Il primo bis porta le due cover più azzeccate e meglio impersonificate in questa serata: ‘The long and winding road‘ ha la struttura e l’adattamento perfetto all’atmosfera, ‘L’aquila‘ di Lucio Battisti è un pezzo cantautorale dalle tinte in origine “leggere”, che viene trasformato in un ruggito a pieni polmoni.
In mezzo, un brano apicale ed epocale degli Afterhours come ‘Ballata per la mia piccola iena‘ mostra quando realmente Manuel Agnelli abbia in mano il pallino della situazione, il pieno controllo sull’attenzione del pubblico, potendosi permettere di fare tutto e anche il contrario di tutto.

Correva l’anno 2003, “Quello che non c’è” era uscito da diversi mesi, gli Afterhours erano in tour praticamente perenne e fu in quell’occasione che li vidi per la prima volta (e a distanza di poco una seconda, e una terza, e così via).
I pezzi di quell’album facevano partire già allora l’ululato del pubblico, e a distanza di anni e di decenni la relazione causa-effetto è ancora identica.
L’encore finale è un inesorabile doppio tuffo carpiato all’indietro, i due passaggi più intensi del disco, due brani perfetti per la chiusura di un concerto: l’impatto frontale della title-track ‘Quello che non c’è‘ è ancora devastante nonostante le carezze del violino, la chitarra brutalizzata e distorta di ‘Bye bye Bombay‘ è sempre viscerale.
Serve un calmante prima di poter uscire: ‘Ci sono molti modi‘ è la decompressione angosciosa e gridata ai quattro venti che ci viene offerta.
Facile e inevitabile guardare con nostalgia a quegli anni, ma è altrettanto soddisfacente godersi un Manuel Agnelli accogliente che tiene il centro della scena e ci ospita per qualche ora “a casa sua”.

Matteo Ferrari

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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