Una piccola, grande, sciamana: Zola Jesus live a Ravenna

Il live di Zola Jesus al Bronson il 26 marzo è stato un ennesimo regalo da parte del club di Madonna dell’Albero, offerto a coloro che non si limitano a vivere la musica come un aspetto secondario o a cui dedicano maggiore attenzione rispetto ad un lontano rumore di fondo avvertito in lontananza in un supermercato.

È strano pensare che mentre all’interno del locale era già montata la piramide di plexiglass post-moderna con cannoni di luce ed un voluminoso set di tamburi, pad elettronici e sintetizzatori non propriamente a portata di zainetto, a circondare l’icona indie  Zola Jesus (Nika Roza Danilova all’anagrafe) prima dello show non c’era nient’altro che oscurità, silenzio, campagna, una chiesetta rurale in lontananza e qualche anima in un bar vicino.
Insomma, un tranquillo giovedì di provincia.
‘Music makes the people come together’, recitava Madonna, e pochi istanti prima dello show l’atmosfera nel locale è decisamente cambiata.
I fans, accorsi da ogni parte della regione, hanno contribuito a plasmare l’intera percezione di una notte speciale, guidati dal carisma e l’indiscusso talento dell’artista di Phoenix.

Parafrasando l’agente Dale Cooper, se Zola Jesus fosse nata in un epoca diversa dove la società non avesse imposto dei ruoli predefiniti alle nostre vite e oppresso la nostra capacità di aprire la mente ai misteri e le forze che ancora governano il mondo, l’artista così conosciuta sarebbe stata una piccola grande sciamana. Questa la missione della cantante: esplorare e ricercare attraverso la sua musica un contatto tra l’uomo e l’ambiente che la circonda.

Con una corposa ed ispirata produzione indipendente alle spalle e un percorso di crescita rapidissimo quanto esponenziale, giunto allo zenit con la sua collaborazione con il gruppo shoegaze M83, al suo ingresso sul palco la presenza di Zola Jesus sembra quasi fuori luogo.
Minuta, discreta, pacata e visibilmente giovane rispetto ai colleghi musicisti, i capelli lunghissimi e il particolare vestito dalle cripto-reminescenze fantasy-goth poteva fare apparire l’artista quasi come un’innocua cosplayer.
Quanto di più lontano dal vero!
Seguita soltanto da batterie e percussioni, trombone e sintetizzatori, Zola Jesus ha dimostrato come sia possibile proporre uno spettacolo di musica elettronica senza la necessità di ricorrere ai triti clichè basso-chitarra-batteria.
Ci ha anche insegnato come la forza di un’artista possa trascendere qualsiasi tipo di barriera percettiva grazie solo alla sua energia.

Libera di muoversi sul palco grazie ad un radio microfono e lo spazio lasciato dai musicisti alle sue spalle, Zola Jesus è libera di muoversi in ogni direzione senza alcun limite, esplorando con la voce lo spazio e cercando spesso il contatto con il pubblico, arrivando perfino a fare esplodere in pianto una fan dopo avere cantato vis-à-vis parte di una canzone.
La cantante è una presenza sfuggente, imprevedibile, volutamente fuori luce.
Una silhouette sfuocata dai lunghi capelli neri in grado di prendere vita proprio come quelli di un’idra, lasciando il pubblico pietrificato.
Eppure, sono gli ascoltatori a raccogliere un vero e proprio flusso di emozioni: è visibile sui loro volti, nella voglia di ballare, nei sorrisi e perfino in qualche singhiozzo.
L’espressione di Zola Jesus è invece impassibile, distante.
Tutto nell’artista è affidato al movimento: le pose, i gesti, un uso impeccabile della voce.
La sua postura varia da momento a momento, come se la cantante ospitasse le diverse anime che popolano le sue canzoni alternando momenti di epicità sublime catturati da una staticità mortuaria ad autentiche crisi da attacco epilettico emulati davanti al pubblico con fare punk, con cambi di intenzione e tensione improvvisi al pari di una casalinga che si accorge troppo tardi di avere lasciato il soufflé in forno troppo a lungo.

L’elemento che però rende unica questa cantante ed è in grado di conferirle un peso specifico degno di nota rimane la voce, che anche dal vivo conquista per potenza ed espressione.
Un timbro unico che sembra arrivare da mondi lontani, un po’ come la misteriosa ‘Taiga’ da cui prende il nome il suo ultimo album.

Proseguendo con la metafora di Twin Peaks, c’è un momento specifico dell’episodio ‘Anime Solitarie’ in cui la band di Julee Cruise si dissolve nel nulla per scomparire come in una visione, cogliendo e sottolineando l’acume delle umane vicende del villaggio per lasciare spazio con un momento di catarsi al messaggio di un gigantesco personaggio onirico.
‘Sta succedendo di Nuovo’
.
Se avessimo assistito a qualcosa di simile nello spettacolo di Zola Jesus, questo momento avrebbe potuto coincidere con l’esecuzione di un’intimissima Skin, in grado di frantumare il cuore dei fan per la sua intensità.

Raramente capita di vedere artisti giovani in grado di sapere proporre in modo così convincente dal punto di vista qualitativo e tecnico uno spettacolo ben equilibrato tra atmosfera e momenti liberatori di danza.
Zola Jesus, che a sette anni dal suo esordio artistico non ha nulla da dimostrare, c’è riuscita benissimo con una naturalezza quasi trasparente, sottolineata da ogni momento maggiormente minimale.
Come faccia è un mistero ancora più sfuggente di quello di Laura Palmer.

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Mark Zonda

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Mark Zonda debutta come editor musicale nel 2003 per Ephebia arrivando in breve tempo ad intervistare artisti del calibro di Emiliana Torrini e i Cardigans, non mancando di curare diversi live reports su è giù per l'Italico Stivale. Cercando una voce indipendente gestisce nel tempo i blog 7Sunday5, SleepWalKing (curandone anche un podcast in Inglese settimanale) gestendo un gruppo di scrittori musicali internazionale e Loft80, prima di iniziare la sua collaborazione con Oca Nera Rock. Mark fa inoltre parte di un progetto musicale indie pop chiamato Tiny Tide ed uno più cantautorale a nome Zondini Et Les Monochrome, con il quale è stato candidato al Premio Tenco nel 2013. Nel 2009 fonda l'etichetta KinGem Records. Mark lavora come copywriter e ha pubblicato il romanzo breve "Dodici Venticinque".

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