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Potenza, volume e vibrazioni: Verdena live a Rimini

Il live dei Verdena a Rimini il 27 febbraio ha portato allo storico Velvet Club & Factory parte dell’energia che il gruppo alternative rock di Albino continua a regalare ai fan dal 1999, anno dell’esordio discografico con le abrasive e sognanti Viba e Valvonauta.
Gli anni in cui il grunge continuava a esercitare strascichi di influenza su mode e tendenze adolescenziali sono ormai solo un’echo di fondo di capitoli della storia del rock che hanno tracciato solchi profondi nelle colonne sonore delle nostre vite, ma la carica: il rumore e la voglia di mangiarsi il mondo da un palco sono sempre le stesse.
Lo si intuisce fin dai primi minuti del soundcheck, dove chilotoni, cassa e distorsioni sembrano potere avere la forza di disintegrare il palazzetto.
Immaginate il resto del concerto vissuto in prima fila, con fotografi assetati di immagini da mille like, ragazzine sciolte in liquido amniotico che recitano ogni non-frase di Alberto Ferrari a memoria come fossero protagoniste di un videoclip e contemporaneamente riescono a pogare con la forza di camionisti in libera uscita all’Oktoberfest.
Gente che vola, ma tutti in una sorta di stato di grazia cosmica e amore assoluto.

Il concerto è stato aperto dai Jennifer Gentle, un pazzo gruppo di rock psichedelico di Padova che col tempo è stato meritevolmente in grado di guadagnarsi l’affetto di un seguito larghissimo e farsi conoscere anche fuori dai confini nazionali.
Seguo le loro mosse più o meno da sempre, ma era la prima volta che ho avuto l’opportunità di vederli dal vivo. L’impressione è stata estremamente positiva, tanto da apprezzare con maggiore trasporto l’abilità della band dal vivo per suoni, energia, sperimentazione, virtuosismo alternato a pesanti dosi di cazzoneria.
Nel corso del tempo la band è stata in grado di sviluppare – e translare anche nella dimensione live – un linguaggio assolutamente unico grazie a musicisti di primo ordine in grado di muoversi con disinvoltura (ma precisione chirurgica) lungo una cinemascopica gamma emozionale di espressioni e generi non disdegnando l’impiego di strumenti giocattolo ed altre anomalie sonore – vedi i raggi e-bow filtrati da bambole di plastica e palloncini lasciati sfiatare all’abbisogna sul microfono.

Dopo una serie di finte da parte della regia e i Beatles scemati all’improvviso durante l’ottimo pre-ascolto, inizia lo show di Endkadenz Vol. 1, eseguito quasi al completo.
L’attacco, di rigore, è quello di Ho una fissa.
Apertura perfetta, affidata ad un ottima gestione dell’impianto luci che introduce i nostri eroi in atmosfere aliene e oscure, lasciando intravedere solo le sagome in cromatismi blue. Potenza, volume, vibrazioni, il tutto eseguito in modo perfetto.
A parte il suono fortunatamente umano della batteria, si aveva realmente l’impressione di assistere ad una riproduzione del brano dall’album.
Nasceva spontaneo immaginare a quanta disciplina la band abbia dovuto ricorrere durante le incisioni per raggiungere una coordinazione e precisione di simile livello fin dalle prime esecuzione dei nuovi brani dal vivo. L’energia non viene certo sprecata nei primi momenti dello show.
Si passa a Un Po’ Esageri e la festa continua, liberando tutte le emozioni più frizzanti accumulate durante gli ennesimali ascolti del singolo, decisamente azzeccato con i suoi rimandi ai suoni indipendenti più in voga nella nicchia di appassionato e la coinvolgente struttura ritmico-melodica.
Riusciamo a vedere più chiaramente il volto dei Verderna.
Almeno dalle prime file, dove sembra che anche il suono risultasse più equilibrato rispetto ad altre posizioni di ascolto. D’altronde si sa: è difficile riuscire ad avere un controllo totale a simili volumi e una catena simile di effetti e distorsioni sugli strumenti, causando qualche inconveniente alla tastiera di Alberto e qualche relativo attimo di smarrimento seguito da un percepibile disappunto del cantante.
Difficile dare un giudizio oggettivo sul concerto prescindendo dall’approccio di un ascoltatore ai Verdena post-Wow.
E perfino post-post Wow.
Chi amava l’ignoranza e la schiettezza dei primi tempi, associandola magari ad un periodo della propria esistenza in cui iniziava ad affacciarsi alla musica e alle prime turbe transadolescenziali, è plausibile che prosegua a percorrere la sua strada di smarrimento verso un percorso di delusione e disapprovazione, come se il gruppo fosse colpevole di essere maturato e sia cresciuto nella padronanza dei propri strumenti.
Poi ci sono gli altri.
Dal mio punto di vista peculiare iniziavo ad essere un po’ stufo del solito soufflé grunge precotto dilatato a dismisura spalmato su scalette infinite. Nonostante le emozioni più viscerali il periodo di Requiem l’ho ritenuto monotono e prevedibile, i live di quel periodo una doccia talmente prolungata sotto una pioggia di acidità e metallo da creare disagio. Wow in questo senso è risultato spiazzante, una ventata di aria fresca e un avvicinarsi ad un tipo di approccio musicale più complesso e vicino ai miei ascolti.
Elemento chiave per la resa live del nuovo corso l’ausilio di un turnista polistrumentista, figura precedentemente incarnata dallo strabiliante Omid Kazemijazi e ora sostituito da Giuseppe Chiara, forse un po’ emotivamente dissociato rispetto al resto del gruppo.
Che al di là delle preferenze degli ascoltatori rimane una band incredibile, soprattutto per l’entusiasmo, l’energia e la gioia con cui affrontano i live.
Con i suoi capelli lunghissimi e la maglietta a strisce, Luca crede veramente di essere il batterista dei Nirvana, un autentico spettacolo da vedere non solo per il tuo talento, ma il modo che ha di sentire la musica, come il classico uan ciu tri for di battuta dato ad apertura di concerto avulso da qualsiasi logica di tempo (e che infatti è costato una falsa partenza).
Roberta è come il vino: oltre a diventare sempre più affascinante, per tutta la durata del concerto non risparmia sorrisi e ripetuti saltelli sul palco riuscendo a infondere con i suoi movimenti groove ed energia senza che ne risentano grazia ed armonia, mantenendo una freschezza e una voglia di vivere il sogno veramente ammirevole a distanza 19 anni dal suo arrivo nel gruppo.
Roberta è da sempre l'”interfaccia umana” della band con il pubblico.
«A voi sembrerà normale» dice la bassista rivolgendosi all’audience «ma per me è strano uscire la sera e vedere così tanta gente. Non mi capitava da tanto tempo».
Alberto rimane un enigma, come i testi delle sue canzoni.
L’aria stravolta stampata sulla faccia all’inizio dello show era solo interiore. Concentratissimo e mai realmente assente, il cantante dei Verdena ha mantenuto una forza da gigante per tutto lo spettacolo, non perdendo un colpo e urlando a pieni polmoni dove richiesto, lasciandosi forse un po’ troppo andare verso il finale per il giusto di giocare con ululati cosmici sperimentando col vocoder.

Sci Desertico regala tutte le emozioni che speravo di ricevere da questa canzone dal vivo, con il suo incedere ipnotico e sintetico alla Flaming Lips, Per Sbaglio uno dei ripescaggi che ho più gradito, la devastante Derek funge brillantemente da preludio a Non Prendere L’ACME, brano topico di Requiem restituito al pubblico con uno sferzante sovradosaggio di adrenalina il cui effetto non si esaurisce con le successive Attonito e Lui Gareggia da Wow.
Dopo Canos le atmosfere tornano più eteree (o froce, a seconda degli schieramenti) con Castelli Per Aria e Trovami Un Modo Per Uscirne, i loro cavalli da battaglia da Smemo.
Il resto è scivolato via in una scaletta perfetta ben equilibrata fra i brani di Endkadenz Vol. 1 e hit del passato, come l’indispensabile Muori Delay, che varrebbe da sola il prezzo di ogni concerto.
Risentire Luna da Il Suicidio Del Samurai mi ha particolarmente emozionato.
Degno di nota ma non particolarmente convincente il riarrangiamento beat di Razzi Arpia Inferno E Fiamme.
«So che è la solita frase di circostanza, ma questo è l’ultimo brano. Buona serata a tutti», annuncia Roberta.
Lo spettacolo si chiude come da copione con Funeralus.

Le luci tornano alle atmosfere da Incontri-Ravvicinati-Del-Terzo-Tipo con gli U2 di Rattle And Hum, riassorbendo i fratelli Ferrari e Roberta Sammarelli in un etereo cosmo fumoso che lascia intravedere solo le sagome dei musicisti prima della loro dipartita.
L’appuntamento con Endkadenz Vol. 2 non si farà attendere troppo.
Nel mentre ci aspettano ancora numerose date live, il cui numero è stato addirittura incrementato.
Sempre che riusciate a trovare il biglietto per appuntamenti che nascono come sold-out annunciati.
Tra una pausa e l’altra non ci rimane che giocare ad immaginare la scaletta del prossimo tour.

Mark Zonda

Mark Zonda

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Mark Zonda debutta come editor musicale nel 2003 per Ephebia arrivando in breve tempo ad intervistare artisti del calibro di Emiliana Torrini e i Cardigans, non mancando di curare diversi live reports su è giù per l'Italico Stivale. Cercando una voce indipendente gestisce nel tempo i blog 7Sunday5, SleepWalKing (curandone anche un podcast in Inglese settimanale) gestendo un gruppo di scrittori musicali internazionale e Loft80, prima di iniziare la sua collaborazione con Oca Nera Rock. Mark fa inoltre parte di un progetto musicale indie pop chiamato Tiny Tide ed uno più cantautorale a nome Zondini Et Les Monochrome, con il quale è stato candidato al Premio Tenco nel 2013. Nel 2009 fonda l'etichetta KinGem Records. Mark lavora come copywriter e ha pubblicato il romanzo breve "Dodici Venticinque".

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