Una band che si è saputa reinventare (bene): The Pains Of Being Pure At Heart live a Carpi

The Pains Of Being Pure At Heart sono tornati a suonare dal vivo in Italia per una serie di concerti apparentemente slegati da qualsiasi tipo di pretesto logico o commerciale.
Il live show del 10 aprile al Circolo Arci Mattatoio di Carpi, ha riportato in uno dei luoghi culto della musica indie per eccellenza in Italia una band di riferimento per tutti i cultori di una certa nicchia revivalistica legata al noise pop e lo shoegaze.
«A questo punto devo ringraziarvi tutti per essere così speciali da continuare a venire ai nostri concerti»: a rivolgersi al pubblico è l’amato Kip Berman, fondatore della band newyorkese e unica costante del gruppo dal suo esordio con ‘Painbow Records‘ nel 2007.
A distanza di una pletora di concerti mondiali, tre album e pubblicazioni più o meno ufficiali su ogni tipo di supporto tecnologico e non, è proprio con ‘Days of Abandon(Yebo Music, 2014) che The Pains Of Being Pure At Heart vengono reinventati con un completo cambio di live line up, preservando lo storico di tutto il repertorio pubblicato precedentemente.
Ma cosa ha spinto la band di Kip a tornare per l’ennesima volta in Italia senza nemmeno la traccia di un nuovo EP da promuovere e la defezione temporanea di altri due membri della band dal palco? Probabilmente le solite cose: le bollette da pagare, un affitto in meno da saldare per il monolocale a Manatthan, l’amore dei fan, droghe e sesso occasionale: insomma, la solita storia del grande circo del rock. Ma soprattutto: cosa ha spinto i fan a tornare per l’ennesima volta a macinare chilometri per assistere ad un loro concerto?
Per citare un brano del gruppo, un certo senso di appartenenza.
Seguire i Pains almeno una volta equivale in parte all’entrare a far parte di una grande famiglia e al contempo avere a disposizione una versione indie portatile dei Blur, con i quali scambiare due chiacchiere a fine concerto.
Sound granitico, inni indie pop in grado di smuovere gli avventori dei club come se fossero stadi, ma soprattutto cuore e intelligenza sufficienti a capire che l’amore dei fan è un valore inestimabile in grado di accendere mille serate e restituire tutta l’attenzione loro dedicata una volta che il gruppo sale sul palco.

Lo sgravo di tastiere e voci femminili ha regalato al pubblico un concerto inedito, che ha recuperato in maniera più sobria e precisa parte della carica dei Pains degli esordi.
Kip Berman, sempre più sicuro della scena e delle sue prestazioni chitarristiche, si flette contorcendosi sullo strumento evocando atmosfere da rave punk in modo quasi asincrono rispetto a quanto suonato – atteggiamento sufficientemente convincente per trascinare le prime file in sciabordate di pogo sfrenato in episodi come ‘Come Saturdaty‘ e ‘Young Adult Friction‘.

Complice qualche base molto discreta e la particolare acustica del Mattatoio, il suono della band è risultato comunque pieno e carico di calore anche grazie alla precisione degli affiatatissimi musicisti, accarezzando anche nei nuovi brani atmosfere in grado di rimandare a The Field Mice,  Chapterhouse, e perfino i primi Cure per via di batteria e certi suoni del basso.
Risultato: divertimento e godimento puro di ogni singolo brano assicurato per un pubblico predisposto a coretti e ballo sfrenato.

Steve Sutherland su ‘Melody Maker‘ aveva dato una definizione ben precisa di shoegaze: «La scena che celebra se stessa».
Parte dello straniamento del concerto nasceva proprio nel collegare certi rimandi musicali.
I Pains sono un parto della mente di Kip, ragazzo sedotto da suoni distanti nello spazio e nel tempo, figlio di fissazioni vintage per mode e attitudini  nemmeno vissute in prima persona, ma incensate da una conventicola di appassionati internazionali uniti ormai una decade fa dall’emergere di modi nuovi, economici e più immediati di fruire musica e documentarsi sui miti e fantasmi del passato.
Eccoci lì allora, noi e loro.
Di nuovo in un locale che ha cresciuto con gusto e passione il nostro “essere indipendenti”.
Il pubblico disfunzionale e disadattato e la band che apre varchi dimensionali su evocazioni post-punk e rock alternativo, invecchiando in parallelo in una bolla temporale, rifiutandosi di espandersi o implodere. Ignoranza pura. Perfetta così.
Come un sogno, o un videoclip new-wave di MTV ripreso su Vine, nostalgia sincronizzata per mondi che di fatto non abbiamo mai vissuto, ma che nulla ci impedisce di rimpiangere. E se non è pura magia questa allora al mondo non rimane molto in grado di stupirci. Alla fine del concerto la musica è proseguita con l’ottimo dj set et di Enzo Baruffaldi di Polaroid e Fabio Merighi di Glamorama, dove tra una selezione scatenata e inappuntabile e improbabili stage diving dei selezionatori la fantasia ha superato la realtà.
The Pains Of Being Pure At Heart non hanno avuto molto tempo per presenziare al party del Mattatoio: l’indomani li avrebbe aspettati la Germania per uno altro show.
Kip Berman saluta il pubblico, la musica indie probabilmente non avrà aiutato la band a pagare le bollette, il monolocale a Manatthan di Kip può aspettare e di tempo per il sesso occasionale ne rimane veramente poco. In quanto alla musica e l’affetto del pubblico, sono questi gli ingredienti più potenti per spingerci ogni volta a incontrarci nuovamente intorno a un palco.
Meno ricchi ma più felici: la fregatura di essere puri di cuore.

Mark Zonda

Mark Zonda

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Mark Zonda debutta come editor musicale nel 2003 per Ephebia arrivando in breve tempo ad intervistare artisti del calibro di Emiliana Torrini e i Cardigans, non mancando di curare diversi live reports su è giù per l'Italico Stivale. Cercando una voce indipendente gestisce nel tempo i blog 7Sunday5, SleepWalKing (curandone anche un podcast in Inglese settimanale) gestendo un gruppo di scrittori musicali internazionale e Loft80, prima di iniziare la sua collaborazione con Oca Nera Rock. Mark fa inoltre parte di un progetto musicale indie pop chiamato Tiny Tide ed uno più cantautorale a nome Zondini Et Les Monochrome, con il quale è stato candidato al Premio Tenco nel 2013. Nel 2009 fonda l'etichetta KinGem Records. Mark lavora come copywriter e ha pubblicato il romanzo breve "Dodici Venticinque".

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