Union Jack e divertimento: The Libertines live a Milano

La speranza e la paura.
Un pubblico di quasi soli fan, avvistati pochi curiosi e una manciata di poser: il 4 luglio si presenta così il Fabrique di Milano, per il ritorno in Italia dopo tantissimi anni e infinite vicissitudini dei riformati (e ormai organici) Libertines, e i sentimenti che aleggiano sono proprio quelli già citati in apertura.
Da un lato la paura di un flop, per non dire di un “no-show”, specie per chi ha subito lo stesso trattamento poco più di un anno fa con i mancati concerti dei Babyshambles in Italia; dall’altra, la speranza di un ritorno all’altezza dei tempi d’oro, alimentata da un’esibizione a sorpresa sul palco di Glastonbury giusto una settimana prima con un risultato più che buono e dal fermento per l’uscita del nuovo disco, con le anticipazioni che iniziano a fioccare.

Il cambio di location annunciato con pochi giorni di anticipo, con lo spostamento in città tra le mura del Fabrique dalla più grande Summer Arena di Assago, non mente: una platea “selezionata”, un’atmosfera più intima anche se il locale è comunque pieno (sia di sentimenti che di buone intenzioni).
Ci si vuole divertire e si vuole saltare.
Sciacalli pronti a farsi beffe e deridere i troppo tribolati protagonisti non se ne vedono.
La folla è bendisposta, e dal palco i Libertines ricambiano.

Uno show lungo, a ridosso delle due ore, con una scaletta più folta di quanto previsto come testimoniano le immagini dell’ambito foglio circolate dopo il concerto, con l’inserimento di diversi brani nuovi nell’encore, che finisce per somigliare più ad un secondo tempo che ad una conclusione.
La diversità tra i due co-protagonisti sul palco appare evidente sin da subito, nel look con cui escono dalle quinte: Pete Doherty abbandona la maglia bianca e nera a righe orizzontali di ordinanza (probabilmente ancora sporca dopo Glasto) per una più sobria giacca nera con camicione bianco e cappello; mentre Carl Barât azzarda una giacca nera con inserti dorati a metà tra Elvis e Buffalo Bill in una serata di gala, e si piazza al centro del palco.
Sarà proprio Carl a trascinare il gruppo per tutti e centoventi i minuti, mostrando una forza ed una carica sorprendenti.
Le intenzioni sono delle migliori, come si poteva intuire dalla prossima pubblicazione del terzo disco: Pete ci crede e ci mette visibile impegno, fa bene la sua parte anche se la fatica fisica è evidente.
Si contiene, lasciando che sia il socio ad alzare il tiro e i toni aizzando la folla.

L’inizio è comunque di Doherty, ‘The delaney‘ e ‘Campaign of hate‘ sono sue, poi tocca a Carl con ‘Vertigo‘ dare fuoco alle polveri, servendo l’assist per ‘Time for heroes‘ con la quale Doherty annuncia a tutti che «sì, questa volta non si scherza, sarà dura ma i Libertines hanno intenzione di rimanere in piedi».
Escono le Union Jack tra il pubblico ed è toccante l’ondeggiamento di massa per ‘Music when the lights go out‘, lontana dalla perfezione ma vicina al pericardio.
Barât di nuovo preme sull’acceleratore con ‘What Katie did‘ e ‘Boys in the band‘, forse i passaggi di migliore esecuzione dell’intera serata.
C’è spazio per il nuovo singolo ‘Gunga din‘ (fresco di pubblicazione ), per ‘Barbarians‘ (alla prima apparizione assoluta) e per la demo rispolverata ‘You’re my Waterloo‘.
E’ in questi frangenti che Pete Doherty acquista maggior vigore e appare rigenerato, pulito e motivato.
L’incedere di ‘Can’t stand me now‘ e di ‘Death on the stairs‘, altro pezzo tiratissimo e da folla in visibilio, accompagnano i Libertines fuori dallo stage, affidandosi come sempre a Carl Barât quando il gioco si fa duro, con un’atmosfera, un contatto con il pubblico e una presenza che si fa via via meno ingessata, preannunciando quello che succederà nell’encore.

I cinque brani inizialmente previsti per il finale, le migliori cartucce ancora disponibili nonché pezzoni attesissimi come ‘Up the bracket‘ e ‘What a waster‘ e la brutale ‘I get along‘, aperti da una commovente ‘What became of the likely lads‘, vengono inframmezzati da almeno un paio di inediti, in un clima molto più disteso ed informale, incomprensibili chiacchierate col pubblico ed un paio di chitarre e un microfono scagliati da Pete più o meno lontano.
La qualità della performance risente un po’ dello svacco, ma è tutto più divertente e trascinante: erano questi i Libertines più attesi, ed è in questo modo che si mostrano al meglio della forma, con Carl Barât scatenato e Pete Doherty finalmente carico e slegato.
La chiusura è nelle sue mani, sulle note di ‘Don’t look back into the sun‘ (come a Glastonbury) e quando si avvicinano allo stesso microfono per il refrain, in perfetto stile Libs, si sente nell’aria profumo di 2002.

Anthems for doomed youth‘ arriverà a settembre: il clima un po’ nostalgico e un po’ posticcio da reunion inizia a dissolversi lasciando spazio alla sensazione che i Libertines possano essere di nuovo una band.
Del doman non v’è certezza, alla luce dei soggetti che ci troviamo di fronte, ma a chi avesse voglia di sognare un futuro in loro compagnia senza sentirsi un illuso qualche buona motivazione è stata fornita: labile e indecifrabile come solo la coppia Pete Doherty-Carl Barât sa essere.

Matteo Ferrari

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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