La celebrazione dell’indie folk: Sharon Van Etten live a Bologna

Il concerto di Sharon Van Etten al Locomotiv di Bologna il 6 dicembre 2014 è stata la celebrazione di quanto di più riuscito ci si potesse aspettare da un concerto indie folk.
Un punto di incontro perfetto tra il raggiungimento del pieno potenziale live della band ed un entusiasmo autentico da parte del gruppo ed il suo pubblico: la perfezione?

Il Locomotiv è un circolo molto interessante che in passato ha ospitato autentiche glorie dell’indie pop come gli svedesi Speedmarket Avenue e Neil Hannon dei Divne Comedy.
Nel futuro prossimo, è proprio qui che ci si prepara ad accogliere artisti del calibro di Cristina Donà,  Ariel Pink e Twilight Sad.

Il concerto di Sharon Van Etten è stato aperto dall’imponente Marissa Anderson, talentuosa interprete di chitarra blues in grado di ipnotizzare il pubblico con virtuosismi pirotecnici che vedevano alternarsi impossibili arpeggi di finger picking a indiavolate slide guitar.
Il tutto, con una maestria fluida e sbalorditiva.
La grande figura era seduta al centro del palco, lunghi capelli sciolti a bisticciare con le corde della chitarra, sguardo concentrato sulla tastiera. Marissa sembrava avere rimpicciolito, come per sortilegio, il pubblico, adorante ai suoi piedi calzanti polverosi stivali western.
E sono le corde a vibrare sotto gli occhi attenti degli spettatori, con un semplice tocco ed imprevedibili movimenti che davano il via alle note, come piccole pagliuzze poggiate sul pavimento pronte a spiccare il volo.
Tra gli strumenti della musicista era impossibile non notare una particolare chitarra slide, così inconsueta da sembrare ricavata da pezzi di legno e cartone tenuti assieme da strati di scotch industriale, quasi come un oggetto povero pronto a diventare prezioso al primo colpo di bacchetta magica.
Marissa Anderson esegue solo brani strumentali.
Ciascun motivo è introdotto da incredibili aneddoti e temi narrativi totalmente pretestuosi. «Di cosa parla il prossimo brano? Questa volta sono io a chiederlo a voi…».
Il miracolo di Joey Ramone?
Marissa, il blues è blues, una musica senza tempo, eterna come le vibranti ferite che lacerano l”animo umano, l’eco di un sussurro sofferto in cerca di consolazione che attraversa un mare in tempesta senza tempo.
Come l’indefinito e più importante mistero della musica americana: una religione che conosce migliaia di falsi profeti ma che respinge chiunque si arroghi il diritto di conoscerne la verità.

Sharon Van Etten ha invece in serbo un tipo di spettacolo agli antipodi con le atmosfere appena descritte.
La band entra sul palco con fare deciso e occupando con disinvoltura le postazioni assegnate: l’emozione è palpabile.
Eleganza sexy accentuata da completi in nero, con abiti sbracciati per le signore che mettono in luce i tatuaggi sulla pelle. La formazione che si prepara ad intrattenerci è  composta dall’affascinante Heather Woods Broderick alle tastiere e seconda voce, l’altissimo Brad Cook al basso, l’impareggiabile fuoriclasse ed ex Ben Folds Five Darren Jesse alla batteria,  l’eccellente Doug Keith alla chitarrapoliedrico, espeto marziale di e-bow, all’occorrenza incendiario nonché acconciatore personale di Sharon Van Etten.

L’indie rock di Sharon scorre che è una meraviglia: i brani scelti per la scaletta alternano le highlight del recente Are We There (Jagjaguwar, 2014) ai classici dei tre lavori precedenti, trovando spazio anche per un inedito che non ha trovato posto nell’ultimo album «perché troppo allegro» e una magnetica versione solista di Perfect Day di Lou Reed, cantata in un momento corale insieme al pubblico ed introdotta da un ingannevole arpeggio alla Guns’n’Roses.
Lo spettacolo di Sharon è stata un’esperienza molto più espressiva e convincente rispetto all’ascolto di quanto prodotto fino ad ora in studio.
La formula magica è dettata dal feeling che si è creato tra musicisti brillanti e affiatati e la presenza magnetica di una cantante in grado di rivelare un entusiasmo autentico e difficilmente percepibile dall’immagine ritagliata in modo strumentale per fan e media.
Un’anima oscura e tormentata? Tutt’altro!
Sharon Van Hetten si rivela la candidata perfetta come compagna da salotto per una maratona di Big Bang Theory. Il suo ironico sminuirsi e prendere le distanze dal suo ruolo di star hanno reso Sharon degna di una controparte femminile per Rivers Cuomo degli Weezer.

«Questa per me è la prima volta in Italia e non mi sarei mai aspettata che tanta gente venisse ad assistere ad uno spettacolo solo per me»
«Scusate se ho incasinato la scaletta, prometto di pubblicarne una versione aggiornata online»
«Ma come fate a conoscere le mie canzoni? È incredibile»
«Non posso accontentare le vostre richieste, conosco solo i testi delle canzoni che ho preparato. Dovrei improvvisare ma nel free-style faccio schifo»

Il fascino di Sharon invece era assolutamente manifesto a priori.
Il sorriso fa capolino tra un brano e l’altro conquistando con la sua genuninità anche le ultime file, occhi penetranti e glaciali e un taglio di capelli potrebbero farla sembrare tranquillamente la cugina più grande di Camren Bicondova.

Sharon Van Etten (per gli amici di Instagram “Sharon Van Hallen“) si alterna in alcun brani con la compagna di band all’uso dell’Omnichord, l’originale e giocattolosa versione elettronica dell’arpa automatica tornata in voga tra le indie band dopo essere stata rispolverata da Gorillaz, My Morning JacketMinus the Bear.
È proprio nel riproporre in duetto il primo brano in cui ha cercato con Heather di armonizzare le voci che si nota quanto importante sia l’apporto della tastierista per la riuscita del live, palesando un affiatamento in grado di sublimare meri tecnicismi e capacità vocali, percepibile ogni volta che le due cantanti incrociano lo sguardo.

La presenza di così poche canzoni in scaletta mi aveva portato a sbirciare dietro al foglietto per vedere se il retro riservasse qualche sorpresa. Il nulla, ma la band alla fine è stata generosa.
Dopo il ritorno di Sharon per un brano solitario, un’improbabile parentesi free-style e un videomessaggio con selfie collettivo da mandare alla mamma, il gruppo viene richiamato sul palco («Ragazzi… vi prego, tornate, ho bisogno di voi…») per eseguire Serpent , Every time the sun comes up ed un commiato finale.

Il live di Sharon Van Etten non è stato soltanto la conferma del talento raggiunto da una grande artista americana, ma la promessa che dal prossimo disco i fan potranno aspettarsi ancora grandi sorprese.
Attendiamo trepidanti il ritorno della cantante come si attende un’amica importante incontrata ad una festa e partita per una missione speciale.
L’avventura di Sharon Van Etten è appena cominciata.

[textmarker color=”0099FF”]Guarda la photo gallery del concerto di Roma[/textmarker]

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Mark Zonda

Mark Zonda

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Mark Zonda debutta come editor musicale nel 2003 per Ephebia arrivando in breve tempo ad intervistare artisti del calibro di Emiliana Torrini e i Cardigans, non mancando di curare diversi live reports su è giù per l'Italico Stivale. Cercando una voce indipendente gestisce nel tempo i blog 7Sunday5, SleepWalKing (curandone anche un podcast in Inglese settimanale) gestendo un gruppo di scrittori musicali internazionale e Loft80, prima di iniziare la sua collaborazione con Oca Nera Rock. Mark fa inoltre parte di un progetto musicale indie pop chiamato Tiny Tide ed uno più cantautorale a nome Zondini Et Les Monochrome, con il quale è stato candidato al Premio Tenco nel 2013. Nel 2009 fonda l'etichetta KinGem Records. Mark lavora come copywriter e ha pubblicato il romanzo breve "Dodici Venticinque".

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