Un precario trip ipnotico: Blouse live a Marina di Ravenna (RA)

I Blouse sono una band di Portland che fa dell’amore per accordi ricorsivi e uso massiccio di pedaliere fuzzose e distorte le coordinate principali d’accesso per un regno approssimato per difetto all’idea di Terra Promessa di diversi fanboy cresciuti ascoltando le note di Disintegration, My Bloody Valentine e altre amenerie targate Creation o 4AD.
Il loro nome, “camicetta”, non è nato di certo per fare verso alle melliflue fantasie pop fantaconfidenziali dei The Cardigans e si sposta sul lato più oscuro ed energico della cosiddetta musica indipendente.

Sospesi tra noise e dream-pop, schematici ma mai pienamente prevedibili, come un precario trip ipnotico o una vecchia motocicletta che perde pezzi per strada a ogni virata di circuito, la band della fascinosa Charlie Hilton ha intrattenuto con convinta dedizione e comprovata capacità tecnica  il pubblico dell’Hana-Bi, finemente selezionato tra la créme della scena locale grazie alla inconsistente minaccia meteorologica di una millantata “water bomb”.

Visti da fuori, al centro di un palco piacevolmente popolato da strumenti e amplificatori addobbati in stile natalizio, i Blouse apparivano come l’accozzaglia umana più improbabile sulla faccia del pianeta, come se un U.F.O. avesse prelevato a caso i componenti del gruppo da coordinate spaziotemporali diverse per poi abbandonarli in spiaggia grazie alla macchina del tempo di Doctor Who. Mancava solo il cane. I Blouse avrebbero potuto essere una versione aggiornata della gang di Scoobie-Doo. La cantante indissima e cripto-goth, tacchi alti e gonna con spacco vertigiono a scomparsa, Jacob Portrait degli Unknown Mortal Orchestra al basso nei panni di un gangsta sbracciato con tanto di catenina e cappellino alla Holly Jhonson, il paffuto polistrumentista asiatico che si trovava per caso in un angolo di Grafton Street (ma a portata di un’invidiabilissima tastiera Juno) che riesce a sopperire grazie ai fan e i social network  allo smarrimento di Jazzmaster ed effettiera lasciati a Ginevra, un batterista smilzo e glabro in occhiali scuri della nonna e maglietta sbrandellata, probabile incarnazione di qualche misconoasciuta divinità indù. Eppure bastano le prime note per rivelare energia e coesione unisona raccolta in un suono invidiabile, in grado di rendere il gruppo ancora più convincente nella sua dimensione live rispetto all’ascolto della loro ultima fatica (“Imperium”, Caputered By Tracks).

Non aspettatevi una musica rivoluzionaria dai Blouse. Le canzoni sono intrise di un retro-romanticismo che eleva le tracce al di sopra di esercizi di stile o effimera ricerca. I brani del gruppo scorrono uno dopo l’altro senza indugi e esitazioni, quasi in modo seamless, coprendo con attenzione ogni possibile intervallo e cambio di strumento, in modo molto oculato e intelligente.

Il vero asso nella manica è una sinergia potente tra basso e batteria, ibridata con alcuni pad elettronici. Da soli potevano sorreggere e galvanizzare con potenza e struttura l’evoluzione di ogni brano, conferendo la giusta dose di groove ed energia ai pezzi. La voce della bella Charlie ha fatto il suo dovere, staccandosi quanto basta dal corposo  impasto sonoro in un incanto dreampop di arpeggi elettrici e atmosfere dilatate  più confortante della coperta di Linus. L’esecuzione di “Trust Me” è stata il momento più alto della serata, e non riuscirà mai a farsi superare dalla versione in studio ascoltata su cd (i Blouse sono un gruppo talmente vintage nel cuore che l’album non era nemmeno disponibile su Melafonino). La sicurezza glaciale e al tempo stesso convincentemente confidenziale con cui Charlie si rivolgeva al pubblico ha conferito alla performance un tocco di alieno meta teatro unendo personaggio e persona  con un filo d’oro in grado di rammendare lo strappo tra fantasia e realtà. Senza cuciture, per l’appunto.

I Blouse sembravano più presi dalla situazione in se che dal concerto, stregati come tante altre band dall’incanto della location sulla spiaggia. Dopo il commiato inaspettatamente prolungato dalla tettoia dove si erano esibiti, la rock-crooner e la band in odore ammuffito di MTV Generation hanno concesso all’audience un altro “viaggio nel tempo” per ricondurli “dentro l’oscurità”. Staccate tutte le spine. I Blouse sono pronti a camminare con le proprie zampette e meritano a distanza di due album e l’esperienza live acquisita di fare molta strada ed essere molto di più che la band di supporto delle Dum Dum Girls. Ma attenzione a ricordarsi gli strumenti.

Mark Zonda

Mark Zonda

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Mark Zonda debutta come editor musicale nel 2003 per Ephebia arrivando in breve tempo ad intervistare artisti del calibro di Emiliana Torrini e i Cardigans, non mancando di curare diversi live reports su è giù per l'Italico Stivale. Cercando una voce indipendente gestisce nel tempo i blog 7Sunday5, SleepWalKing (curandone anche un podcast in Inglese settimanale) gestendo un gruppo di scrittori musicali internazionale e Loft80, prima di iniziare la sua collaborazione con Oca Nera Rock. Mark fa inoltre parte di un progetto musicale indie pop chiamato Tiny Tide ed uno più cantautorale a nome Zondini Et Les Monochrome, con il quale è stato candidato al Premio Tenco nel 2013. Nel 2009 fonda l'etichetta KinGem Records. Mark lavora come copywriter e ha pubblicato il romanzo breve "Dodici Venticinque".

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