Eccellenza sonora: Blonde Redhead live a Ravenna

I Blonde Redhead hanno suonato il 13 marzo al Bronson di Marina di Ravenna per un concerto atteso da mesi come un sold out annunciato.
Vedere il gruppo di Kazu Makino e i fratelli Simone e Amadeo Pace esattamente a dieci anni di distanza dal primo live show che ho seguito della band è stato molto più che mero intrattenimento, ma un attimo di riflessione sull’evoluzione del gruppo.

Come presentare i Blonde Redhead ad un avventore casuale?
Il loro sound è tanto unico quanto la loro storia, nata da due fratelli di Milano, cresciuti a Montreal, che hanno trovato in New York l’hummus perfetto per la loro musica.
Un’avventura sonora alternativa ad ogni corrente mainstream del momento, ancora troppo precoce per essere stupidamente etichettata come indipendente ma in grado di calzare con alcuni anni d’anticipo alcuni degli stilemi che avrebbero caratterizzato la scena musicale a venire.
Rock alternativo, noise…il loro sound amalgama dream-pop partendo da un’ingenua e viscerale vena psichedelica.
La svolta avviene grazie all’incontro con la giapponese Kazu Makino, cantante dalla figura aliena e suggestiva in grado di caratterizzare ulteriormente il gruppo.
La ciliegina  sotto spirito sulla panna acida.

I Blonde Redhead sono una delle band che ho seguito maggiormente nel corso del tempo, anche dal vivo. Gli album prodotti sono divenuti con gli anni sempre più affinati, costringendo la band a crescere anche nella resa live. Il tappeto di suoni di chitarre e sintetizzatori ha finito oggi col raggiungere un’eccellenza sonora in grado di mandare in visibilio gli amanti del genere, ma ha soffocato sempre più la voce di Kazu Makino, che non ha mai brillato in forza e precisione.
Inoltre, i fratelli Pace sono pur sempre un duo costituito da chitarra e batteria, e si sono ritrovati nella condizione di ricorrere ad un margine sempre più consistente di basi musicali necessarie ad accompagnare l’esecuzione dei pezzi ed alcune parti di cantato di Kazu, costretta a boccheggiare per emergere da un muro di suoni dall’indiscutibile pregevolezza shoegaze.
Tutto questo almeno fino alla promozione dell’acclamato 23, album prodotto dalla gloriosa 4AD che è stato in grado di vendere 11.000 copie in una sola settimana.
Non incontrando una piena approvazione da parte dei fan, le cose cominciano a cambiare con Penny Sparkle (4AD, 2010) per arrivare quasi ad un ritorno alle origini con il recente Barragán (Kobalt Music Group).

Tutto torna, invece, dal vivo, come ha potuto constatare il fortunato pubblico del Bronson.
Il vero punto di svolta è legato alla maturità di Kazu Makino, maggiormente sobria durante gran parte del concerto e in grado di contribuire attivamente al sound più genuino e sanguigno della band, alternandosi tra chitarra Diavoletto, un invidiabile Mellotron Mini ed il basso Fender 5 corde – anche se in realtà ne suonava solo una.
Riducendo al minimo le basi durante il concerto e prediligendo una batteria rock all’uso di pad e drum machines e alleggerendo il suono della chitarra di Amedeo, il risultato ottenuto è stato finalmente (di nuovo) quello di una fine esecuzione del repertorio ‘vecchio e nuovo’, in grado di coniugare l’originalità della band con l’energia di una vera esperienza live.

I Blonde Redhead sono l’unica band che potrebbe essere scelta da Armani per rappresentare un certo tipo di eleganza chic ma al contempo formale in grado di proiettare sul pubblico un’energia potente e genuina, che riesce a mantenere la sua freschezza nonostante i 22 anni di attività della band.
Un po’ come l’incredibile capacità di Amadeo di non sbagliare un arpeggio mentre si flette sul posto convergendo la punta delle scarpe.
O l’abilità con cui Simone riesce a mantenere una ritmica lineare e decisa e articolare mille variazioni impugnando le bacchette come un jazzista o l’amico nerd imbattibile a ping-pong anche con la presa cinese.

La scaletta dello spettacolo è stata incentrata soprattutto sulle canzoni dell’ultimo Barragán – l’apertura con il brano omonimo è una dichiarazione d’intenti.
Tra le grandi escluse dei lavori precedenti Elephant Woman e Dr. Strangeluv, vuoto solo parzialmente compensato dalla riproposta di Hated Because of Great Qualities (Melody of Certain Damaged Lemons) e  Bipolar” (tratta da Fake Can Be Just as Good).
Il momento più alto l’ho avvertito nel groove trascinante di Dripping, la lisergica Get Lucky pugnlata a più riprese dalle stridenti incursioni del synth, un momento di connessione cosmica tra Amadeo e la compagna Kazu Makino.

I Blonde Redhead si sono donati al pubblico esponendo le loro capacità al massimo di energia e potenziale.
Il Bronson ha ripagato il gruppo con lo stesso calore, commuovendo Kazu Makino fino a spingerla a cercare il pubblico e stringere la mano agli ammiratori delle prime file.
Un bis finalmente acclamato fino all’ultimo secondo di applauso.
Il finale, introdotto da Melody, è affidato alle  Defeated, Violent Femme e 23.
Una chiusura di spettacolo orgasmica con una Makino scatenata sul palco, tornata posseduta dal personaggio che mi aveva così tanto colpito dieci anni fa: una menade pallida contorta sui suoi stivali da fauno in grado con la sua presenza e una voce spettrale di calamitare l’attenzione del pubblico in modo totale, un diamante  scheggiato che ha reso unica una band di altissimo livello.
Le grandi emozioni sono tornare a scintillare anche dal vivo.
L’ultimo applauso va a tutti coloro che hanno condiviso uno spettacolo intenso, significativo, inappuntabile. Nonostante ventidue anni di emozioni, comunque troppo breve.

Mark Zonda

Mark Zonda

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Mark Zonda debutta come editor musicale nel 2003 per Ephebia arrivando in breve tempo ad intervistare artisti del calibro di Emiliana Torrini e i Cardigans, non mancando di curare diversi live reports su è giù per l'Italico Stivale. Cercando una voce indipendente gestisce nel tempo i blog 7Sunday5, SleepWalKing (curandone anche un podcast in Inglese settimanale) gestendo un gruppo di scrittori musicali internazionale e Loft80, prima di iniziare la sua collaborazione con Oca Nera Rock. Mark fa inoltre parte di un progetto musicale indie pop chiamato Tiny Tide ed uno più cantautorale a nome Zondini Et Les Monochrome, con il quale è stato candidato al Premio Tenco nel 2013. Nel 2009 fonda l'etichetta KinGem Records. Mark lavora come copywriter e ha pubblicato il romanzo breve "Dodici Venticinque".

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