Tra brit pop e rock alternativo: Baustelle live a Rimini

I Baustelle tornano con una piccola raffica di tre live a chiusura del Fantasma Tour, ambizioso progetto che ha portato in due parti in giro per l’Italia la versione dal vivo di un album ricco d’arrangiamenti e strumenti classici, con orchestra completa e poi in versione minimale coadiuvata da quartetto d’archi.

Abbiamo avuto il piacere di partecipare con Oca Nera al primo dei tre live che ricondurrà il gruppo di Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi verso una data conclusiva a Montepulciano, dove tutto ha avuto inizio.

Evocazioni e temi di un gruppo da sempre bilanciato tra pop di influenza britannica e rock alternativo hanno da sempre contribuito a fondere elegantemente poesia e sentimenti legandoli con intelligenza a tematiche fortemente concettuali, in grado di fare vibrare con coerenza e splendore quasi cinematografico ogni mossa del gruppo.
Il fascino di certi intellettuali dandy e maledetti, a volte veri anche solo per gioco.
Questa filosofia ha guidato parte di una crescita naturale del progetto che è arrivata a influenzare non soltanto la composizione degli album, ma pian piano anche la comunicazione del gruppo ed ora perfino i live.
«Fantasma – Titoli di Coda» è stato pensato come una sorta di «bis» al doppio tour, un modo sintetico per congedarsi dai fan in un momento della carriera dove osare si è rivelato una mossa vincente, anche grazie al sostegno di ascoltatori pronti a seguire i loro beniamini neo-maudit in tutti i loro spostamenti. Artistici e geografici.

Il concerto dei Baustelle a Rimini è stato ospitato dalla Corte degli Agostiniani, una suggestiva location  medioevale in grado di impreziosire ancora di più la serata con il gruppo di «Sussidiario illustrato della giovinezza». L’esibizione, fortemente sostenuta dal movimento «Insieme fuori dal fango» per promuovere la cultura alternativa all’interno della Provincia, ha simbolicamente dato il via alla serie di eventi della Notte Rosa, probabilmente un colore difficilmente accostabile a Bianconi & Co., più probabilmente vicini ad un vigoroso elegantissimo nero.
Nero come il mascara e la giacca di pelle di Rachele, indossata sopra un lungo abito sbracciato vintage e alternativo.

L’emozione si è accesa dai primi momenti del soundcheck, con le note di Corvo Joe in fuga dai piccoli scorci lungo le mura della corte malatestiana.
I Baustelle sono cresciuti dall’esordio del 1999, individualmente e soprattutto nella dimensione live.
La leggerezza degli archi e la rilettura semi acustica dei nuovi brani ha dato modo di mettere in risalto con più naturalezza le voci di Francesco e Rachele, che hanno rispettivamente guadagnato in controllo dell’intonazione e potenza (stentavo a credere il modo in cui Rachele riusciva a reinterpretare e sostenere con tanta precisione i cori di Nessuno durante lo show).

La città si è lentamente animata attorno al punto in cui avrebbe suonato la band.
I giovani  si radunavano attorno alla corte riconoscendosi con empatia, a volte con un semplice sguardo.
«Come together», avrebbe detto John Lennon.
Invece il pre ascolto è stato affidato a George Harrison.
Non con un album qualunque: All Things Must Pass, esordio post beatlesiano pregno di rivalsa e voglia di rinascita dopo la morte dei Fab Four con diversi punti di contatto con Fantasma, in particolare in brani come Isn’t it a pity, Let it Down, Beware Of The Darkness, Art Of Dying e chiaramente la title track.
Non avrei mai sospettato invece un riferimento visivo.
Al termine del pre ascolto i nostri idoli salgono sul palco e Bianconi, con lunga barba, folti capelli e camicia in denim, sembra avere lasciato i nanetti  per uscire direttamente dalla copertina dell’album di Harrison.

Continuando con i riferimenti beatlesiani, la formazione della terza e conclusiva parte del tour mi ha ricordato la formula portata da Paul McCartney e gli Wings ai tempi del tour Wings Over America.
Francesco Bianconi quasi costantemente seduto vicino al leggio, a volte accompagnato da una chitarra acustica, Rachele che sembrava quasi fare il verso ad Elton John con le sue movenze esasperatemente swing al piano (ma fortunatamente più sexy di Linda McCartney), la mente Claudio Brasini il Danny Lane della situazione, alternandosi tra diverse chitarre elettriche con la stessa discreta competenza minimale di Jimmy McCulloch.
Lasciata l’orchestra in qualche garage della Polonia, oltre a Ettore Bianconi ai synth e campionature varie, Alessandro Maiorino al basso, Diego Palazzo alle chitarre, un incredibile Sebastiano De Gennaro su marimbe e percussioni e Alessandro Minetto alla batteria, l’identificazione con gli Wings del 1975 è avvenuta per via della sezione fiati, con Roberto Romano e Paolo Raineri.
I fiati non solo sono stati sfruttati al massimo per valorizzare i brani di Fantasma, ma hanno trasformato classici come Love Affair (che emozione sentirla dal vivo!) e Le Rane in epigoni di «Let’em In» e C Moon.

«Vogliamo Bau-de-larire!!» grida un fan dalle ultime file in un romagnolo incredibilmente caricaturale e stretto.
Bianconi esita un attimo prima di rispondere, entra senza sforzo alcuno nel personaggio, china il capo perplesso, batte le ciglia e chiede ad un punto indefinito dell’audience: «Come, come? Moser?».

L’alchimia funziona, funziona a dovere.
Lo spettacolo si evolve in un naturale crescendo in grado di coinvolgere e appassionare gli spettatori non concedendo nulla a imperfezioni e cali di tensione emotiva.
I brani di Fantasma vengono talvolta inframezzati dalla rilettura acustica o rock di vecchie hit, tra cui fra tutti spicca L’Estate Enigmistica.

«Rachele, hai degli occhi bellissimi. Sei… Monumentale!».
Il fortunato vincitore di nulla azzecca la combo della serata.
«Vedete», spiega Bianconi, «durante le prove ci hanno fatto notare che prima si muore, e poi si va al cimitero, quindi abbiamo pensato fosse logico invertire la scaletta e prima suonare La Morte e poi andare a commemorarla. A meno che uno non vada a fare visita ai suoi cari in un cimitero e poi muoia. Ma questa è un’altra storia. Quindi sì: hai indovinato. La prossima canzone è Monumentale».

Dopo un generoso bis il pubblico inizia ad alzarsi dalle sedie della corte, ma i Baustelle fanno ritorno inaspettatamente di nuovo sul palco.
Una delicatissima e liturgica versione di Charlie Fa Surf è stata in grado di raccogliere i convenuti ai piedi della band, pronta a rapirci tutti insieme al centro di una notte emozionante e veramente difficile da dimenticare.

Baudelaire (non quello francese) recita: «È necessario credere/bisogna scrivere».
Dopo questo ennesimo regalo attendiamo con curiosità il prossimo album dei Baustelle, sperando non si lascino sopraffare da una svolta blues o  heavy-metal.
Va un casino quest’anno.

Mark Zonda

Mark Zonda

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Mark Zonda debutta come editor musicale nel 2003 per Ephebia arrivando in breve tempo ad intervistare artisti del calibro di Emiliana Torrini e i Cardigans, non mancando di curare diversi live reports su è giù per l'Italico Stivale. Cercando una voce indipendente gestisce nel tempo i blog 7Sunday5, SleepWalKing (curandone anche un podcast in Inglese settimanale) gestendo un gruppo di scrittori musicali internazionale e Loft80, prima di iniziare la sua collaborazione con Oca Nera Rock. Mark fa inoltre parte di un progetto musicale indie pop chiamato Tiny Tide ed uno più cantautorale a nome Zondini Et Les Monochrome, con il quale è stato candidato al Premio Tenco nel 2013. Nel 2009 fonda l'etichetta KinGem Records. Mark lavora come copywriter e ha pubblicato il romanzo breve "Dodici Venticinque".

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