James Bay live a Milano: lasciatelo cantare (con la chitarra in mano)

L’Alcatraz di Milano marca il tutto esaurito il 14 marzo.
Protagonista James Bay, quotatissimo cantautore inglese che con un solo disco all’attivo, “Chaos and the calm”, e una manciata di EP, in tre anni di carriera ha avuto occasione di calcare alcuni tra i palchi più importanti del mondo, presenziando non di certo da comprimario in festival di grosso calibro.
Un’occasione ghiotta per capire la stoffa del ragazzo, con l’occhio misurato e un po’ scettico di chi si perde in alcuni passaggi stilistici e si è presentato al concerto con un certo travaglio interiore.

Il pubblico è già in fibrillazione per conto suo, ma un po’ di riscaldamento non guasta mai e così tocca a un’altra giovane d’Oltremanica, Rukhsana Merrise, fare da apripista con i brani tratti dall’EP di debutto “September songs”.

Rukhsana Merrise - Milano

Si spengono quindi le luci, e quando si riaccendono sono puntate sul fondale bianco, su cui compare una sagoma inconfondibile munita di cappello.
Giù il velo, e con pochissima sorpresa si svela il proprietario dell’ombra, che è proprio James Bay, e non un suo sosia oppure Neil Young come qualche distratto avventore potrebbe aver creduto per un istante.
Si apre con il blues rock all’acqua di rose di ‘Collide‘, e da subito si fa protagonista la voce intrigante e morbida, molto pop come timbro, di James Bay. Vale lo stesso per ‘Craving‘, anche se l’esecuzione musicale è acerba e gioca su toni troppo alti (batteria inclusa) creando un suono spuntato da gruppo soft rock (primo richiamo ai Kings of Leon).
Meglio ‘When we were on fire‘, attaccata col battimani del pubblico, venata di country folk nella strofa e smaccatamente pop nel ritornello, un’esecuzione buona e viva.
Certo, è facile risultare fighi sul palco quando si ha di fronte un pubblico adorante, che si fa parte integrante dello show. Uno show che inizialmente si regge su questo calore e sul dinamismo delle luci, in un allestimento del palco molto d’impatto, che compensano una presenza sulle prime un po’ statica di James Bay.

James Bay - Milano

Si resta nel pop estremo con ‘If you ever want to be in love‘, pezzo di buona fattura e gradevole all’ascolto anche se poco trascinante ma molto più affascinante con il reprise finale in acustico.
C’è spazio per la ballatona sentimentale e carica, ‘Need the sun to break‘, e per il sentimentalismo senza scosse di ‘Running‘, su cui basta la voce di James Bay a reggere tutto.
È in questo frangente che si fa purtroppo notare un dettaglio decisamente pacchiano e adolescenziale, quando alle spalle della band si accendono delle luminarie vistose a forma di margheritoni.
Marginale, ma poco digeribile.
Let it go‘ sembra suonata in mute, quieta e permette alla voce di spiccare su tutto ma fanno nuovamente capolino i margheritoni a mo’ di riflettore per illuminare il pubblico che canta in coro.

James Bay - Milano

Un intro apprezzabile ma semplice e un po’ limitato apre ‘Scars‘, un brano diverso e apprezzabile.
La strofa è una chitarra sommessa con la voce di James Bay che si fa ruvida: nel ritornello il timbro vocale sale ma la musica non apre scemando l’effetto pop trasmettendo una forte emotività.
La ballata di richiamo al soul che lancia la chiusura del set è ‘Move together‘, mentre il finale si fa carico, tra un’aggressione a mano armata di chitarra per ‘Best fake smile‘ (grinta accennata e un suono carico e originale) e di nuovo ci si rituffa nei Kings of Leon con ‘Get out while you can‘, movimentata e condita di chitarre che hanno un loro perché.

James Bay - Milano

Il fermento del pubblico per il bis è più infarcito di ormoni che ad un addio al nubilato, e in omaggio a questo James Bay riapre con una canzone dal titolo rubato ai Backstreet Boys, ‘Incomplete‘.
Note di brit-pop, pathos a buoni livelli, la solita voce inappuntabile.
E ancora, i dannati margheritoni ad intermittenza.
Margheritoni che ci vengono quasi risparmiati, se non sul finale, per la cover di rito: ‘Proud Mary‘ dei Creedence Clearwater Revival ha un altra marcia, inizia con un grintoso blues rock, accelera poi in un rock ‘n’ roll più classico, il suono è greve e spacca, e la voce non è da meno.
Uscendo dal seminato, si comportano molto bene.
Un teaser lungo e muto introduce il finale che ci si aspetta, ‘Hold back the river‘ che si scalda dopo il primo giro, ovviamente partecipatissima dalla folla, buona ma molto aderente alla versione del disco.

James Bay - Milano

James Bay è un bravissimo cantante, che non si spinge molto in là nella ricerca musicale ma sfrutta un tessuto collaudato.
Come musicista puro dovrebbe (e potrebbe, le basi e le doti non sembrano mancare) dimostrare qualcosa in più: nei frangenti acustici si intravede un po’, ma serve una dimensione più particolare per fare un vero salto di qualità. Certo è che con questo carisma e queste doti vocali il pienone lo farà sempre, ed è pure meritato.
Chi ha un palato più esigente storcerà il naso, ma concedere una chance per il futuro non è poi un abominio.


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Matteo Ferrari

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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