Godspeed You! Black Emperor live a Marghera (VE): un viaggio nello spazio siderale con i buchi neri

14 novembre 2015: il treno interstellare dei Godspeed You! Black Emperor atterra al Rivolta (Marghera).

Per chi non lo sapesse, i Godspeed You! Black Emperor, non sono una canonica band post rock ma più un collettivo di musicisti e creativi: una sorta di laboratorio delle idee che rifiuta ogni etichetta convenzionale. Il nome è poco convenzionale, deriva da un documentario giapponese del 1976 diretto da Mitsuo Yanagimachi, che racconta la vita di una biker gang giapponese, i Black Emperors.
I GY!BE nascono nel 1994 dall’incontro tra Efrim Menuck (chitarra), Mike Moya (chitarra) e Mauro Pezzente (basso) e nello stesso anno producono “All Lights Fucked On The Holy Amp Drooling”, cassetta a tiratura limitata di sole 33 copie, ormai un vero e proprio oggetto di culto per chi ha la fortuna di possederlo. Rimangono insieme fino al 2003 quando decidono di sciogliersi, per poi ritrovarsi a suonare nel 2010 senza tuttavia produrre nuovi lavori fino al 2012, quando arriva invece “Allelujah! Don’t Bend! Ascend”.
Nel 2015 esce “Asunder, Sweet And Other Distress”, quinto album del collettivo e nella primavera dello stesso anno arrivano in tour in Italia: ricordo che era aprile e che sono uscita dal concerto come se stessi galleggiando, e la prima cosa che ho pensato è stata «ne voglio ancora».
Sono stati 7 lunghi mesi di attesa, ma finalmente eccomi ad un nuovo appuntamento live con i Godspeed You! Black Emperor.

Sono le 22.10 quando una moderna Brienne di Tarth (GoT) sale sul palco, con la sua lunga massa di capelli, i movimenti goffi e il viso acqua e sapone: si tratta di Xarah Dion, tastierista, cantante e manipolatrice di suoni di Montreal alla quale è affidato il compito di scaldare il pubblico in attesa dei Godspeed You! Black Emperor.
Alle 23.15 spaccate, buio sul palco: una frequenza monotona esce dalle casse e l’ultima luce ad illuminare il pubblico arriva dai minuscoli led dei tanti pedalini sparsi sul palco.
Sul palco arrivano prima gli archi, Sophie Trudeau (violino), Thierry Amar (violoncello e basso), e dalle loro corde esce una lenta sinfonia che si sposa con il muro delle frequenze basse e cupe: un invito al viaggio che sta per cominciare.
Segue la sezione ritmica con Aidan Girt e Bruce Cawdron, che accarezzano senza alcuna violenza i loro strumenti e pian piano il palco si popola con David Bryant, Mike Moya, Efrim Menuck, fino a riempirsi completamente con Mauro Pezzente: il suono cresce e si riempie di storie, note e sfaccettature.
In ginocchio, in mezzo al palco, David Bryant manipola bottoni mentre intorno a lui nasce la melodia ed il muro di suono é compatto. Anche lo schermo alle spalle del collettivo si anima, e tra un milione di linee la parola HOPE (speranza) sembra volersi ripetere all’infinito: parte così il visual di Karl Lemieux, ed ora l’equipaggio è al completo, il treno interstellare GY!BE invita i passeggeri ad allacciarsi le cinture, il viaggio ha inizio.
É superfluo in questi casi parlare di scaletta poiché non esiste un susseguirsi di tracce: si ha l’impressione di assistere ad una modernissima opera che alterna crescendo di chitarre a pause lunghe e oscure dove il drone e l’elettronica si intrecciano, i suoni sono accompagnati da voci sussurrate e sfuggenti, non canti ma fredde celebrazioni appena udibili, il tutto legato da questa sensazione di potenza incondizionata. Gli otto sul palco suonano completamente accartocciati su sé stessi ma senza creare distanza, si regalano completamente al pubblico mettendo nelle nostre mani e nei nostri stomaci un dono delicato e prezioso. Mentre scorrono le note e dal video stormi di uccelli sembrano venirci addosso, non posso non pensare allo ‘Sturm und Drang‘ (Tempesta e Impeto) e al nuovo romanticismo.
Il finale é un incedere serrato di note e distorsioni e il treno interstellare è stato lanciato a tutta velocità su binari visionari mentre sullo schermo alberi giganti vengono avvolti dalle fiamme.
Il treno arriva al capolinea, dobbiamo tornate sulla terra.
Controvoglia, il viaggio durato due ore é terminato e noi passeggeri siamo ancora sconvolti dall’esperienza: è un susseguirsi di applausi, tanti e sentiti.

Con la stessa discrezione con cui si sono materializzati, i Godspeed You! Black Emperor lasciano il palco uno alla volta: solo un cenno di capo, una mano alzata, in segno di saluto ai presenti: non servono parole, ha parlato la musica.

katia (edorian) egiziano

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Mi definiscono una persona sopra le righe, forse è davvero così, non mi sento imbrigliata in alcun genere, quando si parla di musica sono "onnivora". Ogni singolo momento della mia vita è legato ad un brano, quando mi sveglio la mattina a volte il mio cervello canta

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