Gianni Maroccolo live a Brescia: ripartire al centro del palco

Gianni Maroccolo è un artista che si reincarna mille volte senza mai cambiare pelle, e quella del 13 febbraio alla Latteria Molloy di Brescia non è altro che l’ennesima ripartenza.
Una tappa con lo sguardo rivolto al passato, ma le intenzioni orientate al futuro, con il supporto di amici e colleghi di lunga data per il “Nulla è andato perso Tour”.

Trent’anni di carriera e di collaborazioni, ricoprendo molteplici ruoli, fino a trovarsi ora al centro del palco, innanzitutto fisicamente. Gianni Maroccolo si siede imbracciando il basso, circondato dai compagni di viaggio che non sono una vera e propria band di supporto ma sono parte attiva e co-protagonisti dello show. Maglia nera dei P.G.R., introduce brevemente alcuni dei musicisti che lo accompagnano e il percorso che lo ha portato qui, senza svelare la sostanza né tantomeno la scaletta.

Il suono inizia costruito e sfaccettato, la sintesi lunga ed elaborata di ‘Rinascere Hugs Suite‘ scelta come pezzo di apertura. La voce è di Andrea Chimenti, intensa e calda, molto lontana dal timbro vocale dei personaggi con cui ha diviso il palco Gianni Maroccolo, la cosa destabilizza e rende un’atmosfera molto curata e poco viva. Di certo non è la prima cosa che ci si aspetta quando si pensa al nome di Gianni Maroccolo, ma tutto l’impianto musicale tra suoni sintetizzati e tastiere è pregevole. Ed è a questo punto che arriva la confessione preventiva, “rock’n’roll ce n’è veramente poco, suoni punkeggianti filosovietici idem”. Tour postumi dei CCCP e dei C.S.I. se ne sono fatti e se ne faranno ancora, qui il progetto è diverso. Ed è ok così, anche se magari una scelta vocale diversa…

Si fa spazio sul palco a Ivana Gatti, protagonista di un’altra collaborazione di Gianni Maroccolo, che ci mette la voce e il theremin per ‘Aria di rivoluzione‘, brano di Franco Battiato ripreso anche dai C.S.I., e ‘S.S. dei naufragati‘ di Vinicio Capossela, per una parentesi apertamente dedicata al mare. In questo assetto, le voci sono ben bilanciate tra cantato e parlato, mentre la struttura sonora resta impeccabile. Estremamente profondo e toccante ‘LD7M (Les dernières sept minutes de mon père)‘, con cui Gianni Maroccolo ricorda in un colpo solo suo padre e Claudio Rocchi, con cui ha inciso il disco “Vdb23/Nulla è andato perso” (qui la recensione) poco prima della sua scomparsa. Un buon esercizio di psichedelia, fino all’apertura finale di fisarmonica e folk. Ed è usando campionamenti dei suoni di Claudio Rocchi in ‘Nulla è andato perso‘ che si chiude dopo un paio di ore buone la scaletta, attingendo dal disco più solista tra tutte le collaborazioni di Gianni Maroccolo.

Il bis è solo per basso e tastiere, e il finale è un saluto a un altro amico che non c’è più, Ringo De Palma, con cui condivise il passaggio dai Litfiba ai CCCP, per un solo album e per la sua ultima incisione, ‘Annarella‘ che qui viene portata in versione strumentale e che è sempre una lancia che trafigge il cuore, in fondo. Non c’è del rock’n’roll, non c’è nulla di ruvido e arrabbiato, ci sono suoni elaborati e ci sono tre decadi di musica e di lavoro con tre quarti della scena italiana.
C’è solo da levarsi il cappello, dinanzi a Gianni Maroccolo.

Matteo Ferrari

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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