Elbow, cuore ruvido e sangue caldo

Milano, 07 novembre 2019

È il 7 novembre la data in cui prende il via dal Milano il tour 2019 degli Elbow, richiamando all’Alcatraz numerosi fan dall’Italia ma anche da oltre confine.
Sono passate poche settimane dall’uscita di “Giants of all sizes”, ottavo capitolo della discografia della band di Manchester, e il pubblico si prepara ad accogliere Guy Garvey e soci lasciandosi scaldare dalle rumorose atmosfere dei Pet Deaths, interessante duo londinese fresco di pubblicazione del loro primo disco.

Pet Deaths

Si comincia dalla fine, l’ingresso degli Elbow è scandito da luci stroboscopiche e da un attacco elettrificato che lancia ‘Dexter & Sinister‘, carichissima di effetti anche sulla voce, dalle chitarre molto spigolose e doppie percussioni, per un suono aggressivo che marchia a fuoco il nuovo album.
Ci si sposta poi subito su qualcosa di meno elaborato e di più folkeggiante, le chitarre sono sempre e comunque in tiro, in un tira e molla tra ritmi sostenuti e tempi blandi. ‘Mirrorball‘ si orienta su atmosfere morbide, ricche di arpeggi e violini, con una voce suadente ma che rimane corposa e che gioca alternando il contrasto e l’appiattimento sul suono.

Sono accoglienti ma per niente accomodanti, questi Elbow che si fanno spinosi e acuminati, quando perseguono la via del frastornamento con la doppia batteria, e che quando decidono di cullare lo fanno comunque attraverso sonorità sintetiche e modalità brusche.
Notevole è la teatralità di Guy Garvey, la cui empatia sbuca fuori dalla sua presenza scenica di omone di stazza importante e in tenuta da boscaiolo.
La vena melanconica e neo-romantica che spunta da ‘Station approach‘ abbassa le difese, ma il cambio di passo è sempre in agguato ed è pronto a colpire quando non lo si aspetta.

Elbow

Gli Elbow si impongono con le aperture, con ampiezza e solennità che vanno di pari passo con l’emersione della voce e con l’impiego dosato e mirato dei violini, e si spingono in coraggiose variazioni nella formula, come quando sfoderano basso e falsetto con ‘Seven veils‘.
Si continua a premere sul pedale dell’emotività, aggiungendo anche il fattore-coro che cementa il pubblico su ‘Magnificent (She says)‘, buttandosi nel vortice e accomodandosi su morbidissimi scivoli.
Si percepisce la differenza tra i loro classici e le novità, con le stilettate elettriche e le linee spezzate che si contrappongono alle sagome curvilinee a cui siamo abituati.

Arriva anche la tirata rock di ‘Grounds for divorce‘, i cui spigoli vivi vengono limati di nuovo dal coro della platea, ed è il preludio alla volata finale che gli Elbow riservano al mood secco e al tempo stesso emotivo di ‘Weightless‘.
Il rientro per l’encore è una tensione monocorde che viene scalfita dal fischio di ‘Lippy kids‘, finché non arriva il momento in cui il pezzo si spalanca.
La chiusura attinge all’intero manuale pop di coinvolgimento del pubblico, con ‘One day like this‘ che si stende su cori, battimani, sviolinate brillantissime, e un crescendo finale tanto ruffiano quanto efficace.
08Gente sincera che conosce il mestiere, questi Elbow che arrivano nord dell’Inghilterra col cuore ruvido e e il sangue caldo così caratteristici da quelle parti.

Matteo Ferrari

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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