Archive, bagliori di silenzio nel frastuono

Milano, 04 dicembre 2019

Ci sono suoni e gruppi ai quali è difficile dare un’età.
Quando realizzi che “25”, il nome del tour che ha portato a Milano gli Archive, in concerto all’Alcatraz, che poi è lo stesso nome del cofanetto pubblicato alcuni mesi fa, sta a rappresentare i venticinque anni di carriera della band londinese (cinque lustri! un quarto di secolo!), ti chiedi come ciò sia possibile.
Le loro sonorità innovative e in continua evoluzione, ricche di spunti elettronici ma anche di chitarre importanti, di voci affascinanti e di atmosfere avvolgenti, sfuggono alle etichette degli anni e dei decenni, ed è forse questo a renderli immuni al passare del tempo.

Archive

Un lungo crescendo di attesa a luci basse precede l’arrivo degli Archive, che si dispongono assiepati nelle retrovie lasciando in primo piano solo due figure stagliate nel buio pesto, e non meglio identificabili.
Lampi di luce nell’oscurità, sincronizzati a bagliori di silenzio nel frastuono di base, vengono sospinti da una batteria che suona come fossero almeno due o tre.
La geometria sul palco regala il centro a chi imbraccia il microfono, con tutto il resto in posizione perimetrale.
Il chiaroscuro è su tutti i fronti, quello visivo e quello sonoro, che si attivano in un on/off costante.
In evidenza viene messa l’armonia di voci ed effetti, con un preciso intreccio geometrico di strumenti sul fondo che avanza e arretra a fasi alterne.

Un nuovo impatto, più secco e meno vigoroso, lo porta la doppia percussione di ‘Pills‘.
Gli Archive non mostrano distacco tra gli elementi, pur nella loro diversità, facendo abilmente in modo che la complessità della struttura non crei nessun meccanismo o passaggio ostico.
Bullets‘ è ricca di vistose accelerazioni, quasi delle impennate, seguita da ‘Kings of speed‘ che mette un contorno di luci articolate e non più solo di un chiaroscuro a un raffinato pop rock di foggia continentale, a bassi regimi e con voce dominante.
Ma non c’è spazio per rilassarsi, tra ammonimenti noise, sincopate influenze soul che si trasformano nella marcia inarrestabile di un carro armato e la sparata rock di ‘System‘, a base di chitarre con un assetto da plotone di esecuzione.

Massicci silenzi tengono in sospeso evocativi inni, la strumentazione di base a cui gli Archive ricorrono non cambia nella varietà, ma è il modo in cui viene dosata nell’impiego che porta il mood da una parte e dall’altra, mutando la resa e lo spirito dei pezzi, anche quando il passo viene rallentato e si accendono i riflettori sulle tre voci principali che vengono per la prima volta proposte nella loro totalità.
Erase‘ rimette in gioco la velocità, ma non sottoforma di costante e anzi mostrandosi in tutta la sua intensa instabilità, fino a quanto con ‘Collapse/collide‘ atterra una fragorosa astronave che trascina e intrappola tutti i suoni nel risucchio dei suoi reattori.

C’è modo di rallentare il battito e far coagulare il sangue, prima che ‘Dangervisit‘ riprenda quota , facendoci veleggiare con gli Archive su altitudini più convenzionali, da ondeggiamento e ancheggiamento collettivo, con il contorno di qualche vuoto d’aria e di una chiusura nuovamente vigorosa.
Il rientro è di nuovo un’armonia di voci, su un tempo cadenzato e ossessivo che poi parte e accelera con la sola forza centrifuga, con risultati violenti mitigati infine dal fineale di ‘Again‘ con un analgesico arpeggio acustico che sale di basso pulsante, trascinando lentamente tutto il resto verso l’alto.
Non si sono risparmiati e non ci hanno risparmiato gli Archive, ci hanno detto tutto che avevano in testa in una elaborata sintesi di questi loro venticinque anni.


Foto del concerto a Roma del 03/12/2019

Matteo Ferrari

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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