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Il mare impetuoso di Anna Calvi

Roma, 23 novembre 2018

«Vieni giù in piscina, ci tueremo nella notte della terra», recita il brano ‘Swimming Pool‘, ed è quello che intona Anna Calvi nell’apertura del suo live.
Questa è l’anima della cantautrice britannica, un’anima profonda, inquieta e sensuale che nuota, come una sirena, in un mare impetuoso di demoni e dame.

Il fil rouge che attraversa i suoi brani è l’intimità, un flusso di coscienza adrenalinico e mai risolto, un’introspezione viscerale.
Il suo cantare non è un racconto placido e chiaro ma una lirica teatrale che si insinua nei rossi di velluto del sipario che accompagna la scenografia.
Negli antichi Greci la lirica era il canto del poeta accompagnato dall’antica lira, la lira della Calvi è la sua chitarra, suonata prepotentemente verso il pubblico, tenuta in alto come un santo in cattedrale, la cattedrale dei suoi echi sacri e profani.

Arpeggi, vocalizzi sinuosi, bel canto che si fonde a note aspre, acuti e bassi decisi.
Il concerto della Calvi è in continua tensione, le scosse della sua elettricità pervadono un pubblico che sembra chiederle «Cantami, o Diva», e diva lo è Anna Calvi con il suo rossetto rosso impreciso e un microfono da baciare.
Se nei pezzi del primo album come ‘Blackout‘ e ‘I’ll Be Your Man‘ si respira il blues rock elegante e deciso dalle venature ’70, è il secondo album, “One Breath”, a ricevere una critica favorevole tanto da paragonarla ad artiste come di PJ Harvey e Siouxsie e una prima Patti Smith.

Batteria, suoni sintetici arrangiati da John Baggot (già collaboratore dei Portishead) e immancabile la sua chitarra, una chitarra che vibra in assoli piacevolmente interminabili. Questo è il sound dei brani ‘Love of my Life‘, ‘Sing to me‘, ‘Carry me Over‘ dove l’intenzione della Calvi è quella di esorcizzare i demoni delle paure trasformandoli in sogni, la sua voce è una duna del deserto dove i miraggi sono luna e sole.

Visioni che richiamano David Bowie (di cui lei è spudoratamente fan), art e glam rock cuciono bene le note della sua psichedelia.
Un canto epico, nostalgico, fragile ma sempre passionale. Una costante ricerca, quella della Calvi, dove il sogno sembra essere infinito e lascia al pubblico stupore e fascino.

La scaletta prosegue con i brani estratti dal suo ultimo e terzo album, “Hunter”, dove la cantante esprime nuove consapevolezze, in primis il rifiuto dell’identità di genere.
Nel brano ‘Don’t Beat The Girl out of my Boy‘ a cantare è una donna combattente e volitiva, cosciente della propria sessualità senza etichette, preda e cacciatrice.
I flussi di coscienza della Calvi diventano, nella parte finale del concerto, viaggi nel suo erotismo con scale che oscillano tra chitarre rudi e vocalità sensuale.
Don’t Beat The Girl Out of my Boy‘ suona come un inno, un’ esplorazione del piacere che chiude liricamente il concerto.
«Non scacciare il mio lato da ragazza fuori dal mio lato da ragazzo, corriamo nel nostro viaggio, così selvaggi come le onde più scure della notte».

Nel video estratto dal singolo corpi nudi e semi nudi danzano e si rincorrono in un girotondo erotico.

È questa l’atmosfera di fine concerto, il girotondo magnetico ci ha reso nudi e vulnerabili, in un’onda impetuosa di continua ricerca e di piacere.
Il Largo Venue sembra esser diventato il set di di un video ed è difficile andar via.

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