“77”, un album progressista

Suicide, Television, The Clash, Bowie con “Low”, Sex Pistols, Ramones, Wire – e potremmo continuare per un po’ ad elencare tutto ciò che musicalmente ci ha consegnato il 1977.
Se da una parte esplode il punk, dall’altra si pensa già al post, si gettano le basi per la sperimentazione e la new wave: è in tutto questo che vede la luce “77”, esordio discografico dei Talking Heads.

La band si forma nel 1975 dall’idea di David Byrne, che trasferitosi a New York dal Maryland insieme ai compagni di studi Martina Weymout e Chris Frantz si gettano subito nelle fauci fameliche della Grande Mela, sempre in cerca di nuovi talenti.
Si ritrovano così ad esibirsi al CBGB’S, storico rock club di Manhattan, insieme a Patty Smith, Richard Hell e Debbie Harry e i suoi Blondie.

Byrne è un personaggio eccentrico, viene visto subito con diffidenza dai colleghi.
Si destreggia sul palco con aria bizzarra, è quasi snodabile nei movimenti, ha lo sguardo allucinato e si muove con irriverenza, cosa che fino a quel punto si era vista solo nei primi Devo; il tutto è accompagnato dagli imperturbabili Tina al basso e Chris alla batteria che fanno da contraltare all’irruenza del frontman.

Non tutti però sono perplessi dalla figura di Byrne: Jerry Harrison, ex membro dei Modern Lovers, ne è talmente affascinato che decide di voler entrare nella band a tutti i costi.
Complice anche la consapevolezza del trio di aver bisogno di un sostegno chitarra/tastiere, nel 1977 i Talking Heads sono al completo e possono così partire per il tour inglese di spalla ai Ramones.
È in questo periodo che nascono i brani che daranno vita al loro primo album, “77”.

I Talking Heads, malgrado i compagni di viaggio, non sono punk.
Quello è un movimento che non gli appartiene: sono ancora grezzi, diretti e mancano di quella componente elettronica che arriverà maturando.
Ma nel loro lavoro c’è tutto il concentrato della fine degli anni ’70.
Come dicevamo, non sono punk ma i brani sono brevi, incalzanti ma non martellanti, lineari: proprio come dei pezzi punk.

Allo stesso tempo nel loro repertorio troviamo un pezzo come ‘Psycho Killer‘, apripista del movimento new wave newyorchese.
Troviamo negli altri pezzi ritornelli ammiccanti, a volte al limite del risibile (‘Uh-oh, Love Comes To Town‘), ossessivi come nella stessa ‘Psycho Kller‘.

I testi sono ironici, a volte cinici o denigratori (‘The Book I Read‘) e che ci proiettano verso un futuro che è già portatore di progressismo, che nell’ottica di Byrne porta a una piena consapevolezza di sé stessi fino all’egocentrismo e alla megalomania, cosa che viene già attaccata in questo esordio discografico.

Un album, quindi, che rivoluziona il rock e apre la strada a molto del lavoro che verrà intrapreso con la new wave.
Assolutamente da avere.

0 Comments

Join the Conversation →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.