U2 live a Roma: operazione nostalgia (ma non fino in fondo)

Era il 27 maggio 1987 quando, non ancora diciottenne e in compagnia di amici dell’epoca, allo stadio Flaminio di Roma mi accingevo ad assistere al mio primo concerto “grosso”.

Gli U2 infatti arrivavano a Roma con il loro “The Joshua Tree Tour”, che seguiva l’uscita del loro quinto album in studio.
Li avevo conosciuti con “War” e mi ero innamorato.
Ero così andato alla scoperta di “Boy” ed “October”, e seguiti ancora con “The Unforgettable Fire” e infine “The Joshua Tree”.
Trent’anni dopo, la band irlandese ripropone il “The Joshua Tree Tour 2017” e il dilemma se valesse la pena partecipare o meno si è posto sin dal primo momento.
Perché dopo trent’anni non sono più solo gli U2 di quei grandi primi cinque album, ma sono anche gli U2 che si portano dietro il peso di album mediocri come “Rattle and Hum” e “Achtung Baby” o di una bruttezza unica come “Zooropa” e “Pop”.
Ma l’occasione è unica, bisogna rivederli a trent’anni di distanza, anche se già so che me ne pentirò.

E così, già nell’attesa all’interno dello stadio cerco di carpire le sensazioni della serata.
Sono un nostalgico e quindi noto subito che nell’87 arrivammo al Flaminio con le magliette dei Clash, per goderci in apertura Big Audio Dynamite (di Mick Jones) e Pretenders: oggi vedo gente con la maglietta dei Coldplay che aspetta Noel Gallagher, ma tant’è.
Ed è proprio l’ex Oasis ad aprire la serata, con i suoi Noel Gallagher’s High Flying Birds. Praticamente degli Oasis senza Liam.
Io, che comunque ammetto di conoscere poco la storia e la discografia dei ragazzotti di Manchester, non son riuscito bene a distinguere dove finisse il richiamo agli Oasis e dove iniziasse il nuovo di Noel.
Ma alla fine credo importi anche poco se ad accendere lo stadio Olimpico sono stati quei dieci minuti in cui Noel ha mandato in sequenza ‘Little by little‘, ‘Wonderwall‘ e ‘Don’t Back Look in Anger‘.
Insomma, credo sia la risposta definitiva alle mie perplessità.
L’unica certezza che mi resta è che un concerto con headliner Noel e i suoi, sebbene abbiano svolto il loro compito in maniera pulita ed ordinata, non lo consiglierei a nessuno.

E saltiamo direttamente al clou, gli U2 che ci ripropongono per intero “The Joshua Three” non prima però di aver riscaldato per bene gli animi.
Sale alta la batteria, poco dopo le 21.25, a chiamare a raccolta il popolo degli U2 per intonare quello che, a ragione veduta e senza ombra di dubbio, è ‘il pezzo’.
E così ‘Sunday Bloody Sunday‘ ci butta a muso duro nel live e negli anni ’80; ‘New Year’s Day‘, ‘A sort of homecoming‘ (prima pecca, ma che arrangiamento è?), ‘Pride‘ e son tutti già su di giri.
Bono non tiene più il palco come un tempo, la voce lancia ancora segnali di vita, anche se ogni tanto deve rifiatare e lascia che il pubblico canti per lui.
La sezione ritmica, con Adam Clayton e Larry Mullen Jr., è sempre precisa e mai fuori le righe.
The Edge, sempre in sospeso tra l’essere un buon chitarrista o un bidone fortunato, che lo riconosci sicuramente da quel suono di chitarra che se non è il suo deve essere uscito per sbaglio a qualcuno.

È il momento di dedicarsi al 1987: partono in perfetta sequenza da album ‘Where The Streets have no name‘, ‘I Still Haven’t Found What I’m Looking For‘, ‘With or Without You‘ e ‘Bullett the blue sky‘, e onestamente la botta adrenalica, non fosse altro per I ricordi e le sensazioni che riaffiorano è forte.
Da ‘Running to stand still‘ a ‘Mothers of the disappeared‘ però si notano dei momenti di stasi: sembra quasi che i quattro abbiano bisogno di recupero, in più alcuni arrangiamenti lasciano veramente a desiderare.
E così riescono a guadagnarsi la piccola pausa, che li vedrà risalire sul palco per concludere la serata.
Ed è il tasto dolente.

Si parte con ‘Miss Sarajevo‘, pezzo contro la guerra che scaturì in Bosnia ed Erzegovina e che oggi viene usata per ricordarci la tragedia siriana.
Un pezzo che, malgrado sui maxi schermi passino immagini davanti le quali è difficile rimanere indifferenti, ho sempre trovato un po’ da “spot pubblicitario”.
Il Bono anarchico, quello di ‘Sunday Bloody Sunday‘ per intenderci, non esisteva già più nel 1995, figuriamoci oggi quando di Bono e delle sue associazioni no profit sulla carta e dei suoi eccessi ne sappiamo fin troppo (e non è comunque questo il luogo per dilungarci in questi discorsi).
Prosegue la serata con un trittico terribile: ‘Beautiful Day‘, ‘Elevation‘ e ‘Vertigo‘ sono tre pezzi di un’inutilità inaudita, pezzi che neanche band di adolescenti meriterebbero di avere nel proprio repertorio.
Quello che mi fa specie è come il pubblico sia molto più scatenato su questi pezzi che non sui primi due in apertura.
Io purtroppo non riesco proprio a vedere il nesso tra i due mondi degli U2, quelli divisi dall’album che stasera ci hanno fatto ascoltare per intero.
Ultraviolet‘ e ‘One‘ servono a prolungare solo l’agonia di questo finale, che, a parer mio, poteva svolgersi diversamente.

Bono e soci ci hanno accompagnato nel viaggio di “The Joshua Three” con quattro pezzi splendidi della loro discografia precedente al 1987.
Chiudere con un ‘I will follow‘ invece di usare brani troppo recenti e distanti, insomma, terminare come facevano in quegli anni suonando ‘40‘ e uscendo uno alla volta lasciando il pubblico a cantare, forse avrebbe dato più senso a questa serata “operazione nostalgia”, che ha funzionato fin lì.
In quegli anni consumavamo il live “Under a blood red sky”, che forse oggi sarebbe il caso di riascoltare e rimetterci in pace con gli U2 che abbiamo amato.

 

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